La politica dell’Unione Europea in materia ambientale, persegue gli obiettivi di «salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente, protezione della salute umana, utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali…». Recita così l’art.191 del Trattato dell’Unione. Tra gli obiettivi rientra la tutela delle acque “fondata sui principi di precauzione e dell’azione preventiva …”. Ebbene risponde al principio di precauzione costruire un impianto per trattare 90.000 tonnellate di rifiuti organici in un sito, Saliceti, che insiste sulla falda del fiume Magra, in un’area soggetta a inondazioni tra i trenta e i 200 anni, zona sismica di secondo livello?

La consistenza del terreno, in occasione di eventi sismici, è classificata ‘liquefacibile’ con il rischio di generare pericolosi cedimenti delle fondazioni su cui insistono i vari capannoni , favorendo il rilascio di inquinanti. Non è un caso che un anno fa la stessa Regione (settore urbanistico) ha prescritto al Comune di Vezzano che l’area nel nuovo PUC restasse agricola.

Per i comitati Sarzana, che botta!, No Biodigestore Saliceti, Acqua Bene Comune e per Italia Nostra, Legambiente e Cittadinanzattiva insistere su un progetto così rischioso è una palese violazione dei principi di precauzione, di prevenzione e di “correzione del danno alla fonte”. Per questo hanno inviato al ministro dell’ambiente Sergio Costa e al sottosegretario Roberto Morassut una seconda istanza d’intervento presso la Regione in forza dei poteri che la legge del 1986 gli conferisce.

Nella prima istanza consegnata il 18 settembre scorso nelle mani dei due esponenti del governo era stato già evidenziato il possibile danno alla falda, che alimenta i pozzi di Fornola che forniscono acqua potabile a 150.000 cittadini, che uno sversamento d’inquinante dall’impianto può provocare. Il sito di Saliceti non figura nel Piano d’area sui rifiuti del 2018 e non è mai stato valutato in sede di Valutazione Ambientale Strategica come prescrivono le normative europee.

Il rischio di un inquinamento non è escluso – rimarcano i movimenti – neppure dal professor Ronchetti, consulente di Iren/Recos. Tanto che è stata avanzata la proposta di creare una “barriera idraulica”. Il geologo Canepa della Regione in Conferenza dei servizi non ha nascosto la preoccupazione che la barriera non sia sufficiente e ha proposto una sonda a valle della barriera che segnali se l’inquinamento va verso i pozzi. E se dovesse accadere? L’alternativa è chiudere i pozzi e attivare le autobotti per dissetare gli spezzini. L’Unione Europea intende questo per prevenzione, precauzione, tutela delle acque? Infine viene denunciata la violazione della legge Galasso: l’impianto sorgerebbe a meno di 150 metri dall’alveo del fiume.