MASSAROSA- Quando entrò a Casa Sonrisa, una delle due strutture per mamme in difficoltà che Serinper ha a Stiava nel comune di Massarosa,  aveva sedici anni e un bambino di undici giorni.  Era giovanissima, inesperta, impaurita, all’oscuro di leggi e di procedure e già segnata da una realtà famigliare molto difficile a causa della quale era stata ospite di comunità per minori. Fu lei la prescelta per il taglio del nastro della nuova struttura che Serinper apriva nel 2011 fotografata coi vertici della cooperativa sociale e le autorità per diffondere la notizia sui media.

Lei si chiama Elisa Meloni, è spezzina e oggi ha 25 anni, molte meno incertezze e paure e un solo obiettivo: riavere il suo bambino. Nelle strutture Serinper, dove è rimasta per due anni,  ci è arrivata con l’aut aut dei servizi sociali di Spezia che le misero davanti un percorso in comunità protetta o dare il bambino in adozione. Per quanto giovane e in difficoltà Elisa non ha mai pensato di rinunciare a suo figlio, ma il suo passaggio nelle strutture Serinper, secondo il suo racconto, ha determinato proprio l’affidamento di suo figlio a una famiglia  e una marea di cicatrici di dolore su una pelle che già era martoriata.  Ecco la sua storia: “Si chiama Casa Sonrisa perché il proprietario dell’immobile è un portoghese e sonrisa nella sua lingua significa sorriso. Ma in quella casa non c’era proprio niente da sorridere. Ad assegnarmi a quella struttura sono stati i servizi sociali del comune di La Spezia che conoscevano i titolari. Lì sono stata plagiata, rigirata come un calzino, umiliata in maniera disumana. Mi è stato fatto  un vero e proprio lavaggio del cervello per convincermi che ero una madre inadeguata e che era meglio che dessi il mio bimbo in affido.”.

Il racconto delle condizioni di vita all’interno di Casa Sonrisa fatto da Elisa, si allinea con quelli fatti anche da altre ospiti che sono passate da lì in epoche diverse: il problema più grande era quello del cibo, sempre di qualità scarsissima e soprattutto limitato. Elisa ricorda un pacco da merendine da dieci pezzi per cinque mamme e otto bambini, per tutta una settimana. Se per caso una persona prendeva una merendina più veniva penalizzata la settimana successiva togliendole quella che le sarebbe spettata. “Arrivavamo alla domenica sera che in casa non c’era più nulla, con una fame da morire. Quelle che avevano qualcuno che le andava a trovare si facevano portare cibo che poi condividevano con le altre. Specialmente per i bimbi. Ricordo  che Enrico, a volte, veniva nella struttura e si vantava di aver mangiato tartufo per cinquemila euro con noi che avevamo una fame tremenda. Anche se c’erano bambini di pochi mesi, non veniva mai fornito cibo specifico per loro. Il latte era quello in scatola e di sottomarca. Tutti gli armadietti della cucina erano chiusi con lucchetti lunghi dieci centimetri e le chiavi le avevano gli operatori. Persino la tv aveva un lucchetto. Due ragazze provarono a scrivere al tribunale per denunciare questa situazione ma non vennero ascoltate. Alcune, tra cui anch’io, lo segnalammo ai servizi sociali che ci seguivano, ma nessuno fece mai accertamenti. Di più non potevamo fare perché loro minacciavano di farci togliere i figli se avessimo denunciato ciò che accadeva dentro la struttura.  E poi c’erano le regole della casa che, in realtà erano ordini a cui eravamo obbligate ad obbedire. Avevamo turni per le pulizie e per la cucina. Una volta chiesi un cambio turno perché dovevo entrare al lavoro presso un supermercato ma non me lo concessero ordinandomi di finire prima i compiti che avevo in casa. Dalla rabbia per ciò che mi veniva imposto sbattei così forte la porta che il vetro si ruppe e questo venne usato da Benassi per dire che avevo un carattere incline alla violenza. “.

È nell’approccio psicologico ed umano alla personalità di Elisa che, però, vennero fatti, secondo lei, i peggiori abusi: “Ero molto giovane e non avevo accanto nessuno che mi facesse vedere le cose in modo diverso da quel che volevano indicarmi loro. Mi tolsero prima la scheda poi il telefono in modo che non potessi comunicare con nessuno. Invece di aiutarmi a fare un percorso di crescita come persona e come mamma mi hanno spinta a credere che era meglio non avere mio figlio. Io però a questo non ho mai creduto. Accettai che per un periodo il bimbo venisse dato in affido ma presso qualcuno con cui avrei potuto mantenere contatti quotidiani. Quando il bimbo aveva tre anni e frequentava l’asilo nido, divenni amica della sua maestra che era una persona che aveva capito la mia situazione e che si era detta disponibile a prendere in affido mio figlio lasciandomelo vedere ogni giorno fin quando io avessi completato il mio percorso e potuto riprenderlo e tenerlo con me. Sembrava tutto fatto ma alla fine Enrico e Tamara decisero diversamente:  senza dirmi nulla avviarono le pratiche per l’affido  a una coppia e in poco più di due mesi, sebbene la procedura di solito richieda un anno, mi tolsero mio figlio. E lo fecero senza neppure avvisarmi. Io venni spostata in un’altra struttura a Montignoso e il bimbo restò lì. Ero disperata. Tutte le sere chiamavo una delle mie compagne che era ancora a Casa Sonrisa e lei al telefono mi faceva sentire il mio bimbo che quando sentiva suonare il campanello correva alla porta chiamando “ mamma, mamma” perché pensava che sarei ritornata dal lavoro come facevo ogni sera. E dal telefono sentivo anche le voci degli operatori che dicevano a mio figlio che io me ne ero andata e lo avevo abbandonato.”.

Da qui, secondo quanto ricorda Elisa, iniziarono varie relazioni nelle quali lei veniva dipinta come una madre violenta e pericolosa. “Scrissero che io mordevo mio figlio , ma era stato un bambino dell’asilo a dargli un piccolo morso come disse la maestra. Oppure che gli avevo rovesciato un secchio d’acqua addosso, cosa che non sta né in cielo né in terra e che non ho mai fatto. Io non ho mai picchiato nessuno dei miei due figli. Il primo l’ho sempre tenuto con la massima attenzione: visto che non avevamo cibo né cambi di vestito in comunità, chiedevo al mio fidanzato di portarmi cose per lui, per farlo star meglio che potevo. Quando andammo all’udienza per definire l’affido, Zoppi e Benassi continuarono a ripetere che picchiavo il bambino tanto che il giudice gli chiese di stare zitti.”.

Dopo questo epilogo Elisa è stata traferita in una struttura situata a Genova dove, per fortuna, è stata seguita in maniera umana e costruttiva e dove ha fatto un percorso sulla sua vita fino ai 21 anni. Ha svolto vari lavori e adesso vive con la madre, due fratelli e la sua seconda figlia che ha 16 mesi.
Lei ha sempre mantenuto la patria potestà su suo figlio ed è tornata ogni mese a Spezia per incontrarlo: “Adesso mio figlio ha 9 anni e ha problemi ad esprimere le sue emozioni: non vuole ricordare il periodo che abbiamo vissuto a Stiava. Lo vedo in incontri protetti due volte al mese. Abbiamo un buon rapporto e lui è anche molto legato a sua sorella. Io cerco di fare di tutto per essere presente nella sua vita e per non mancare ad alcuna promessa, pur cercando di non procurargli ulteriori traumi. Ma anche a lui è stato detto e ripetuto che sono stata io ad abbandonarlo e che per lui è meglio stare con la famiglia in cui è adesso. Una volta, all’inizio, quando aveva quattro anni mi disse che lo avevo abbandonato là dentro, riferendosi a Casa Sonrisa e questo mi ha  ferito al cuore. Io gli avevo promesso che lo avrei riportato da me e questo è il mio solo obiettivo. Non smetterò di lottare finchè lui non sarà tornato a casa con me.”.

Elisa non ha esitato a definire il periodo passato alla Serinmper come gli anni più brutti della sua vita, un luogo in cui   nulla veniva fatto per avere davvero cura delle ospiti e dei loro bambini: “Ricordo una  ragazza che venne strattonata da Enrico sotto i miei occhi perché aveva osato ribellarsi a quelle regole tassative. Sul braccio le erano rimasti i lividi.  E soprattutto ricordo un litigio feroce con me, per lo stesso motivo, nel quale Enrico mi ordinò di mettere giù mio figlio, che tenevo in braccio, perché non era mio ma apparteneva al giudice. E poi una lotta per strapparmelo dalle braccia, incurante dello shock che  stava causando al bambino. Per tutto quello che  ho sofferto a Casa Sonrisa io rivoglio a casa il mio bambino.”.

(Vinicia Tesconi)