ROMA – Paolo Di Orazio è un artista a tutto tondo, che spazia dalla musica alla letteratura di genere. Voleva essere “Billy Cobham, un virtuoso della batteria” come ironizzano nella canzone Raggamaffa gli LSD (Latte e i Suoi Derivati, il gruppo musicale che ha fondato con Lillo e Greg). Pioniere dello Splatterpunk, grazie alla sua sensibilità e autorevolezza riesce a rinfrescare l’horror italiano, attraverso la sua rivista Splatter, nata alla fine degli anni Ottanta, diventando uno dei più amati scrittori Horror italiani.

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Spaghetti western Freak Show, siamo andati a trovare Paolo Di Orazio a Palestrina, dove risiede. È una persona indubbiamente divertente, che  mette l’interlocutore immediatamente a suo agio e tra una chiacchiera e l’altra scopriamo che è anche un appassionato di Woody Allen…

D. Come è nato il tuo interesse per l’horror e la letteratura noir?

R. Tutto nasce dall’ascolto di un 45 giri che orbitava in famiglia e con il quale mia madre e mia sorella si divertivano a spaventarmi! Si trattava de La bara di cristallo di Luigi Cozzi, un famoso audio-racconto del terrore: urla di donna, catene, scricchiolii,  se non ricordo male c’erano anche una sorta di zombi che erano appunto deposti nella bara di cristallo del titolo. Io morivo di paura,  piangevo e loro ridevano di questa mia fragilità, le divertiva! Però dopo primi pianti è esplosa l’affascinazione. Intanto in casa iniziavano giravano i fumetti di mia sorella e i libri di anatomia di mio padre, rappresentante Utet: mi appassionavano alle figure, alle illustrazione, ai libri di fiabe e quindi ho mescolato tutte queste cose in una dieta mediterranea gotica ed eccomi quà.

D. Sei stato sia autore horror, noir, narrativa nera, sia editore della famosa rivista Splatter. Ci puoi raccontare qualcosa di questa esperienza editoriale, che ha segnato un po’ la letteratura di genere in Italia?

R. Splatter è stato il trampolino di lancio più importante. Nel 1989 esce il Numero Uno e poco dopo il mio primo libro che ha smosso il costume italiano: è esploso uno scandalo, c’è stata un’interrogazione parlamentare che ha portato eco, ma anche lustro, al mio lavoro. All’epoca Splatter vendeva mensilmente 30.000 copie in edicola ed ha scatenato una passione per tanti artisti che si sono formati su quelle pagine, musicisti, registi e disegnatori hanno tratto ispirazione da quei racconti fumetti, il che è un grande onore. Per cui in questo affetto che dura da trent’anni, mi è venuta l’idea malsana di diventare l’editore di una riproposta di Splatter. Ci abbiamo provato, io e Paolo Altibrandi (ideatore del logo Splatter tanto amato) e l’esperimento è riuscito. Però non essendo editori con una grossa struttura alle spalle non è andato benissimo in fatto di vendita, ma siamo stati comunaue felici così.

D. Scrittore, musicista, batterista, sei anche fumettista sempre nel settore dell’horror, con un tratto grottesco-ironico.

R. Si ma si tratta del mio lato meno conosciuto in Italia. La casa editrice Cut-Up  Publishing ha però scelto di scommettere sulla mia parte grafica con ben due libri: il primo è Black and White, una raccolta dei miei trent’anni di mostri, dal 1987, anno del mio esordio, ad oggi. Nel 2018, invece, abbiamo pubblicato Cadaveri e polpette, una semi graphic-novel in cui ho raccontato il matrimonio tra due ragazzi zombi dopo l’apocalisse, rimettendo a fresco la mia verve comico e grottesca. Io vengo dal fumetto, il capostipite delle mie influenze a fumetti è Alan Ford, e  così ho mescolato l’horror, la battuta, la gag, la situazione paradossale, tutto in  salsa zombi. Cadaveri e polpette -anche gli zombi si sposano è anche un po’ autobiografico. Ho pensato: qua si sposano tutti tranne me, fra un po’ si sposeranno pure gli zombi e quindi sono partito da una situazione autobiografica raccontando la mia sfiga in formato zombi.

D. Ci racconti del tuo ultimissimo romanzo che è uscito proprio in questi giorni Spaghetti Western Freak Show?

R. Di che parla… di tante cose! Ho cucito insieme dei racconti che ho sparso negli anni  intorno all’ormai mitologico dottor Branzini, pioniere dell’ortopedia. Un medico ortopedico al quale viene in mente di mettere in piedi un carrozzone di deformi e di portarli in giro come una sorta di show a pagamento, per far vedere al pubblico che la sofferenza umana è anche arte. Ho messo insieme una serie di messaggi: razzismo, diversità e dilemmi sulla diversità. È anche un po’ il manifesto di quello che farò io da autore, cioè portare i mostri al di là dell’oceano, ovvero in inglese,  e tornare in Italia soltanto come cantore di storie nere e non più mostruose, perché così come per il dottore Branzini, i mostri saranno lasciati per il nuovo mondo.

D. La copertina risulta accattivante con un gusto retrò… Chi sono i personaggi nella copertina?

R. Visto che l’ambientazione è nell’Italia e nell’America di fine Ottocento, mi è venuta l’idea di sfruttare una delle locandine circensi dell’epoca e di proporla all’editore. Quindi abbiamo inserito uno dei freak, mi sono autoritratto nel dottor Branzini e ho messo il mio socio di musica e di comicità Lillo truccato da carabiniere. Questo perché in un capitolo c’é il confronto divertente tra un carabiniere che indaga su una serie di omicidi e il dottor Branzini,  un interrogatorio molto divertente. Così ho deciso di “ospitare” Lillo in copertina, il quale ha scritto anche una post fazione al romanzo. Spaghetti western freak show ha toni a tratti violenti ma il contesto é molto grottesco ed ironico.

 

Katia La Galante