ROMA – Massimo Wertmuller è un poliedrico attore romano, doppiatore, nipote della grande regista Lina. Formatosi inizialmente alla scuola-laboratorio di Gigi Proietti, ha fondato successivamente con alcuni compagni di corso il gruppo La Zavorra, con cui si è esibito sia in televisione (“Al Paradise”, regia di Antonello Falqui) che in teatro, per poi debuttare nel cinema, lavorando con registi come Magni, Scola, Zangardi, Veronesi, VanzinaCorbucci. In tv lo abbiamo potuto apprezzare in molte fiction come La squadra, Ris Roma, 1992, In arte Nino.E poi tanto teatro, negli ultimi tempi anche con la moglie, Anna Ferruzzo. 

Massimo Wertmüller, oltre che per l’innato talento, si distingue per la spiccata sensibilità verso gli animali e l’ambiente, vegetariano, è sempre in prima linea a favore di diverse cause animaliste.

Con grande piacere lo abbiamo intervistato.

D. Quando ha deciso di diventare attore e come ha iniziato la sua carriera?

R. Ho deciso di fare l’attore al liceo. Durante le rappresentazioni natalizie della passione di Gesù, ero dietro una porta a fare la voce di Jacopone da Todi per le sue Laudi. E io, col naso schiacciato sulla porta dello sgabuzzino, cominciai comunque a provare le mie prime emozioni. Costituimmo una compagnia teatrale che si chiamava “La Pochade”, e mettevamo in scena, rubando a casa pezzi di arredamento per farli diventare scenografia, testi a dir poco presuntuosi, per venire a vedere i quali mio padre diceva a mia madre “stasera andiamo a fare questo attentato allo scroto?”….

Lì, nella cantina di Mario Ricci, l’Abaco, recitando Sartre, Jarry, Marlowe, con Lina, nonna e mamma che ridevano in sala per gli incidenti che capitavano e una dizione approssimativa che faceva diventare il Duca di Guisa un abitante di Tor Pignattara, capii che quella poteva essere la mia passione ma anche il mio lavoro. In realtà, poi, la strada la presi ufficialmente perché passai il provino per Lavia su Rosenkrantz e perché mi prese Gigi Proietti nel suo Laboratorio di esercitazioni sceniche, da dove Antonello Falqui ci scelse per comporre il gruppo comico “La Zavorra” nel suo “Paradise”, il più grande successo che io abbia poi mai vissuto.

D. Cosa ricorda delle sue prime esperienze sui set, quando ragazzino andava a trovare sua zia Lina?

R. I set di Lina mi sono sempre un po’ sembrati qualcosa di casalingo, di familiare. Tanto che ancora per molto tempo se per strada vedevo un set in lavorazione, mi fermavo per salutare qualcuno e stare un po’ lì con loro. E ancora oggi se vedo, per esempio, un tecnico con cui ho lavorato mi pare di incontrare un parente.

D. Qual è, a suo parere, lo “stato di salute” del cinema italiano?

R. Lo status quo del cinema, che già non era straripante di salute prima, col virus s’è peggiorato di tante altre componenti. Io comunque, molto umilmente, trovo che gli alberi dei grandi sceneggiatori e registi di qualche tempo fa non abbiano dato oggi così tanti frutti. Se pensiamo al cinema impegnato, quello politico, vediamo che di Petri, di Rosi, di Scola, di Monicelli, di Lizzani o di Magni oggi non ce ne sono così tanti. Francesco Munzi, tra i pochi, può raccogliere quella eredità.

Certo, sono cambiate molte cose. Allora, a quei tempi, erano un grande investimento il cinema e lo spettacolo dal vivo. Oggi non è più così. Lo capiamo anche se guardiamo quanto la televisione, che prima non era così presente, ha impigrito i gusti e le esigenze del pubblico. E ha abituato questo a spettacoli non sempre curati, non sempre di qualità. Io ho avuto, come detto, la fortuna di lavorare con un grande come Antonello Falqui, e famosa è rimasta la frase “Buon Natale a tutti meno che alla Zavorra” perché di 23 dicembre dovevamo rimanere lì a trovare il finale di uno sketch…facemmo mezzanotte. C’era una volta, insomma, un’epoca in cui esisteva la cura del particolare, che poi faceva pure il tutto. I macchinisti andavano a spingere il carrello della macchina da presa sul set di Fellini in giacca e cravatta per stare al lavoro accanto al maestro. Mi piace dire anche che qualche Maestro lo abbiamo pure oggi. Tornatore, Giordana lo sono senz’altro

D. Cosa le piace da spettatore?

R. Come spettatore sono rimasto un po’ bambino. Mi piace essere sorpreso. Mi piace ritrovarmi a un certo punto con la bocca semiaperta. Ma è chiaro che, comunque, sempre il racconto mi piace seguire. E allora siano benedette quelle storie che hanno una bella struttura. Quelle storie che magari hanno anche un messaggio, una riflessione da regalarmi. Poi con l’età devo dire che ho pure la lacrima facile….

D. Ha portato in teatro l’emozionante spettacolo “Amici per la pelle” di Stefano Reali, che celebra gli eroi civili della Resistenza durante l’occupazione tedesca a Roma. Come ha preparato il suo personaggio? Quanto è importante tenere viva la memoria storica?

R. “Amici per la pelle” fa parte di quei lavori che a me piacciono, ma ultimamente non mi posso lamentare perché li ho amati tutti, non solo perché con me in scena c’era Rodolfo Laganà, che fa parte di un pezzo importante della mia vita, che poi sarebbe proprio quello con la Zavorra, non solo perché c’era anche come autore, regista e compositore un altro vecchio amico come Stefano Reali, ma perché appunto era un lavoro che voleva lasciare un messaggio. Io amo le opere che si pongono un fine, una morale. Ci vuole coraggio perché non è facile, e perché non è molto amato “il messaggio”.

Ma non ho dubbi sul fatto che un brano, una statua, un racconto, un personaggio, debbano porsi il problema del contesto in cui operano. E se l’opera ci regala un punto di vista, che è anche un suggerimento, o persino una condanna, se è “politica”, io l’amo di più. E partecipo di più se chiamato a interpretarla. Oggi i giovani non li invidio, perché se uno di loro va al nuovo Museo della Repubblica Romana e vede , oltre umilmente ad una sala dove schiacciando un pulsante vede me che prendo vita in un quadro e racconto quei fatti da Ciceruacchio, vede pure quei giovani del 1849 che sono morti per un embrione di idea di Stato, dalla cui Costituzione ha pescato la nostra ancora oggi. Quindi, senza arrivare a sperare di avere un nemico da abbattere tra fiumi di sangue, i giovani di oggi vedono lì cosa poteva voler dire la passione, la partecipazione civica, l’ideale, l’impegno che sarebbero così utili anche oggi. Quanto è importante la memoria, per non far tornare errori e orrori della Storia. Quanto è importante sapere e imparare la Storia. Temi su cui Gigi Magni ha fondato tutto il suo cinema.

D. Ha dichiarato che quando il mondo uscirà dall’emergenza dovrà rispettare maggiormente se stesso, l’ambiente, gli animali e la cultura. Secondo lei sarà così, questa emergenza sanitaria ha insegnato davvero qualcosa, o rimarrà utopia?

R. Purtroppo i segnali non sono buoni. Questo virus poteva essere una opportunità. Se pensiamo a quanto ci ha richiamati il virus ad un rispetto che non abbiamo mai avuto per l’ambiente, per la Natura e gli animali,  la ripresa di wet market in atto, l’inquinamento che continuerà, se continueremo a mangiare carne, per esempio, non ci fa stare allegri.

D. Lei è un grande amante degli animali e si dedica a numerose cause. Che rapporto ha con loro?

R. Io negli animali ho trovato un tema che mi commuove e mi prende il cuore. La loro purezza, la loro innocenza, la loro fragilità mi hanno rapito. E siccome non hanno voce per difendersi da soli e non vengono affatto così protetti, anzi, tra menù, ricerche fallaci, caccia, presunti riti e criminali divertimenti, vengono spesso violentati, questo impegno, questa mia nuova consapevolezza è diventata la mia più importante occupazione, passione, quasi una missione. Gli animali conservano nei loro occhi il pensiero originario di vita che noi sporchiamo dalla fanciullezza in poi. Difatti i bambini sono come gli animali, creature indifese e innocenti. E in questo li ritengo gli ultimi credibili testimoni di vita su questa terra. L’uomo invece è sempre più testimone e creatore di male.

D. Quali saranno i suoi prossimi impegni professionali?

R. Insieme ad Anna Ferruzzo e il maestro Pino Cangialosi, il reading con musiche originali dal vivo “L’Iliade”, dal libro di Alessandro Baricco, questa estate nei teatri all’aperto. Una lettura che fa di quegli eroi e di quelle eroine persone comuni travolte dal fato, dalla paura e dalla morte.

D. Cosa si augura per il futuro, come uomo e come artista?

R. Come uomo, forse questa storia di non limitarmi ad un borbottio da pentola sul fuoco a casa, dal salotto, ma che si traduca in un impegno reale , mi prenderà ancora di più. Intanto spero di vivere ancora del mio lavoro, che ancora amo anche se non più come una volta. E in questo senso , come si dice, la prossima avventura è quella più emozionante….

Paola Settimini