Nello strano agosto 2020 fatto di calcio, playoff o playout,  campionati e Coppe internazionali una riflessione su un altro volto del calcio. Quello del razzismo: dove
la repressione non basta. E non serve.
Gli stadi di calcio sono da sempre degli anticipatori e amplificatori di problematiche presenti all’interno della nostra società e il razzismo, l’antisemitismo e la xenofobia trovano spesso, purtroppo, una loro espressione proprio qui.
Il calcio, il gioco più bello del mondo, subisce sempre più l’insidioso veleno del razzismo. Una minaccia che ha origine nei drammi che hanno attraversato la società europea nel secolo scorso e che ancora pulsa nel ricordo di quelle ferite.
Dalle frasi ingiuriose di alcuni striscioni come quello “Auschwitz la vostra patria, i forni le vostre case” (esposto nel derby dalla curva laziale nel 1999), al verso della scimmia nei confronti di giocatori di colore (ultimo della serie nell’amichevole Spagna-Inghilterra del 17 novembre 2004) fino Ai vari buuu per offendere giocatori di colore e stranieri.
Ma spesso non sono solo i tifosi ad avere atteggiamenti razzisti: allenatori che discriminano i gay, giocatori che in campo si offendono per la loro provenienza etnica, media e giornalisti che spesso usano un linguaggio violento e provocatore.
Insomma la colpa del razzismo negli stadi italiani ed europei non è solo colpa dei tifosi, o degli ultras, ma tutti sono coinvolti a partire dalle società, dirigenti, calciatori, mass media, procuratori.
Questo libro ci racconta 20 storie di calcio, che sono storie di vita vissuta.
C’è infatti un filo che collega i maestri danubiani della Serie A epurati dal regime fascista in quanto ebrei agli ignobili attacchi contro campioni di oggi come Koulibaly e Lukaku. È quello che cerca di spiegare questo libro, in un percorso con diversi inediti, che spazia da Giorgio Bassani alle colte citazioni di Lilian Thuram, dal ruolo salvifico di questo sport per i reduci dai lager all’abominio di chi oggi propaga odio nelle curve. Fu una schedina, quella mitica del Totocalcio, il sogno di riscatto del giornalista Massimo Della Pergola quando si trovava ancora in un campo di internamento in Svizzera. E fu un pallone che rotolava nel segno di una “Stella Azzurra” a ridare ad Alberto Mieli, sopravvissuto ad Auschwitz, la forza di restare in vita.
Memorie un po’ sbiadite, che hanno invece molto da insegnarci. C’è un gioco da salvare. E la cura potrà essere solo una buona dose di consapevolezza da parte di tutti.

Buona lettura!
Annalisa Serafini