Paolo Restani, la fama internazionale ma La Spezia nel cuore. Intervista di Katia La Galante

LA SPEZIA – Talento precoce e nome illustre del pianismo internazionale, lo spezzino Paolo Restani ha suonato con le maggiori orchestre del mondo, collaborando con direttori come Riccardo Muti, Daniel Oren, Donato Renzetti, Lu Jia, Gustav Khun. Tra i palcoscenici prestigiosi su cui si è esibito, la Carnegie Hall di New York, il Teatro alla Scala, la Konzerthaus di Berlino, l’Auditorium della Rai di Torino, il Teatro Carlo Felice di Genova, il Teatro Colón di Buenos Aires (solo per citarne alcuni).

In possesso di un repertorio vastissimo, che spazia da Bach ai contemporanei, Restani si è dedicato soprattutto al grande pianismo romantico e tardo-romantico, per cui ha una forte predilezione fin dagli esordi, immortalato in numerose incisioni discografiche per etichette come Deutsche Grammophon e Decca.

Lo abbiamo incontrato alla Spezia, dove in centro città ha il suo studio, per una piacevole chiacchierata!

D. Nel prossimo mese di Marzo sarai in concerto al Teatro Civico, qui alla Spezia. Nonostante tu abbia calcato importanti palcoscenici in tutto il mondo, quali sono le emozioni nell’esibirti nella tua città? 

R. Posso dirti che il primo concerto al Teatro Civico  fu una delle emozioni più grandi della mia vita e continua ad essere un’emozione fortissima, perché io amo La Spezia, ho scelto di continuare a vivere qui nonostate la mia carriera internazionale, questo è il mio rifugio e voglio bene alle persone che abitano questa città.  Il mio primo concerto al Teatro Civico fu il 19 gennaio 1987 e da allora ci ho suonato cosi tante volte da poter dire, senza presunzione, che questo è il mio teatro e alla Spezia voglio dare la parte migliore di me, il mio cuore più bello. Ogni volta è stato ed é bellissimo collaborare con il personale del Teatro Civico, vedere un pubblico sempre attento e sempre molto affettuoso. Questo prossimo concerto é anche merito di Luigi Lupetti, carissimo amico di Antonello Pischedda  (che fece un po’ la storia del teatro), e che un giorno, durante un aperitivo mi disse perché non torni alla Spezia? Io non ci pensavo neanche ma lui ha messo in moto la macchina affinché ciò avvenisse. 

D. Come nasce il tuo grande amore per la musica e come hai iniziato la tua carriera?

R. Sono stato un enfant prodige, ho 52 anni e alle spalle ne ho 40 di carriera. Ottenni il primo recital a 12 anni e il debutto importante a 16, all’Accademia Nazionale Santa Cecilia, con due recital consecutivi. Ricordo un’emozione fantastica! Sempre a 16 anni ebbi i primi ingaggi nazionali e internazionali: San Carlo di Napoli, Scala di Milano, Berlino, Londra, Parlermo, Bologna… Ero pronto a una carriera, anche se il termine carriera non mi piace, il suo etimo significa correre verso qualcosa. Preferisco dire lavoro ed io lavoro quotidianamente sulla musica e sul suo significato. A differenza di altri mie colleghi, non ho mai partecipato a un concorso. Forse per la mia sensibilità non sono competitivo ed ho preferito l’esito del pubblico piuttosto che l’esito di una giuria. Non so se ho fatto bene o male, ma avevo capito che quella era la mia strada.

D. Che cosa ti ha dato e che cosa ti ha tolto la musica?

R. Guardandomi alle spalle vedo un bambino che si dedicava alla musica non forzatamente, perché per me era un gioco nel senso nobile, anche se inevitabilmente le interazioni con i coetanei le ho dovute abbandonare per dedicarmi al mondo degli adulti. La professione questo vuole e questo buco nero nella mia adolescenza nessuno me lo ridarà, ma è il prezzo da pagare. La musica ti ammazza, perché è un amore così potente, così grande, che tende ad annullare qualsiasi altro amore ed é un po’ come un patto con il diavolo, come nel  Doktor Faust di Thomas Mann: alla fine del dialogo dice a Adrian Leverkühn “Tu non amerai altro che la tua musica e le gelide fiamme dell’inferno, tu avrai successo ma non ti sarà dato di amare altro”.

D. Cosa ne pensi, invece, di quei genitori che spingono quasi ossessivamente i bambini verso successi artistici (o anche sportivi)?

R. I bambini vanno indubbiamente incoraggiati e stimolati ma l’arte, a parte pochi casi, non è precoce perché ha necessariamente bisogno di cultura nel senso più ampio del termine, di preparazione, ed una manciata di anni non bastano. Non posso che essere in disaccordo con l’affanno di certe situazioni familiari volte a debutti troppo precoci, mentre sono d’accordo sul fatto che il vero talento e conclamato vada accondisceso e accompagnato.

D. Qual é la tua opinione riguardo alla diffusione della cultura musicale tra i giovani nelle scuole?

R. Sono dell’idea che scuola e famiglia debbano andare di pari passo. Per la musica e per tutta l’arte dovrebbe esserci un interesse vivo e divertente per la famiglia, da approfondire a scuola con tematiche precise e tecnicamente puntuali. Come può un giovane interessarsi alla musica e all’arte se queste non sono contemplatate in un contesto domestico? Però mi stupisco anche quando mi rendo conto, per esempio, che in un liceo classico vengono insegnati i Promessi Sposi, la Divina Commedia, la Cappella Sistina di Michelangelo ma non vengono messi sullo stesso piano capolavori assoluti della musica, come per esempio la Nona Sinfonia di Beethoven. Tutte le arti sono una cosa seria ma anche molto divertente e restano una ricchezza per tutta la vita.

 

Katia LA GALANTE

 

 

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