L’importanza delle zone umide. Di Andrea Casarini

Secondo la Convenzione di Ramsar, ratificata e resa esecutiva dall’Italia col DPR n. 448 del 13 marzo 1976 e con il successivo DPR n. 184 dell’11 febbraio 1987, per zone umide si intendono  le paludi e gli acquitrini, le torbiere oppure i bacini, naturali o artificiali, permanenti o temporanei, con acqua stagnante o corrente dolce, salmastra o salata, ivi comprese le distese di acqua marina la cui profondità, durante la bassa marea, non superi i sei metri.

Oltre ad essere ambienti facilmente accessibili ed ideali ai fini dell’educazione ambientale e del turismo naturalistico questi ecosistemi, a volte sottovalutati, sono estremamente preziosi in quanto regolano molteplici fattori quali la regolazione dei flussi idrologici, la depurazione delle acque, il controllo dell’erosione del suolo, la mitigazione dei cambiamenti climatici (attraverso l’assorbimento della CO2 presente nell’atmosfera) e la tutela della biodiversità.

Purtroppo, come per tutti gli ecosistemi, anche gli ambienti umidi sono sottoposti ad un gran numero di minacce antropogene a scala differente che vanno dai cambiamenti climatici su scala globale, alla  frammentazione e  trasformazione territoriale (bonifiche, urbanizzazione e artificializzazione in senso lato) e, non per ultimo, a fattori locali quali l’introduzione e invasione di specie alloctone, stress idrico, inquinamento, canalizzazione ed artificializzazione del territorio.

Al fine di mettere in atto giuste strategie di prevenzione che consentano l’integrità ecologica e/o il recupero di questi ecosistemi si rende prioritario attuare una razionalizzazione dei consumi idrici con particolare riguardo alla progettazione di opere di bacinizzazione, ridurre l’impermeabilizzazione attraverso misure che limitino  il consumo del suolo naturale e, non per ultimo, valorizzare le aree marginali agricole che rivestono un importante ruolo nelle politiche agricole ecocompatibili.

Inoltre, numerosi studi evidenziano che dalla presenza/assenza di  alcuni “sistemi di sentinella animale” si  deduce la qualità ambientale questi complessi ecosistemi.

In particolare dalla  presenza-assenza di Odonati si  deduce la qualità ambientale dei nostri fiumi in quanto, questo taxon, presenta una serie di caratteristiche, legate alla loro autoecologia, che  permette di considerare questi organismi validi bioindicatori dell’intero corridoio fluviale, considerando anche la fascia perifluviale e tutte le aree non strettamente acquatiche all’interno dell’alveo attivo.

Essendo caratterizzati da un ciclo vitale anfibio,  con la fase larvale trascorsa in acqua e gli adulti volatori che frequentano  invece le aree circostanti, per ritornare poi a riprodursi nei corpi idrici (Corbet, 2004) forniscono informazioni  sia sugli stessi  (lentici e lotici) utilizzati per la riproduzione (Castella, 1987;  Simaika &  Samways, 2009) sia  sull’ambiente terrestre circostante, in particolar modo  sulla vegetazione e la sua struttura (Clark & Samways, 1996; Corbet, 2004).

Gli  Odonati sono inoltre considerati validi bioindicatori in quanto esiste una  buona conoscenza della loro autoecologia, hanno una buona ricchezza di  specie, un’estesa varietà di esigenze ambientali, sono relativamente facili da  campionare e identificare (Chovanec & Waringer, 2001).

Studi effettuati attraverso  l’impiego di questo sistema di  valutazione può rivelarsi inoltre un utile strumento nella fase di monitoraggio degli  interventi di riqualificazione, poiché un’applicazione post-intervento dovrebbe  evidenziare delle modifiche nella composizione della comunità di Odonati, tali da  fornire una prima serie di indicazioni riguardo al successo o meno delle azioni realizzate.    

Uno splendido esempio di zona umida, che ho avuto occasione di visitare durante le mie innumerevoli escursioni in Valle d’Aosta, è rappresentato dallo stagno di Lo Ditor (Étang de Lo Ditor)  riconosciuto come sito di interesse comunitario (SIC)  per i suoi aspetti floristici e vegetazionale.

Situato a  circa 1900 metri d’altitudine, immerso in un bosco di larici, questo piccolo angolo del Vallone Chavacour nel comune di Torgnon  è attraversato    dal torrente Petit Monde e animata da ruscelli e sorgenti che danno vita ad un ricco mosaico di specie ed di  habitat che, se pur diffusi in Valle d’Aosta, raramente si presentano tutti insieme in pochi ettari di territorio.

Il sito regala la più elevata presenza di Groenlandia densa delle Alpi, oltre alla non comune Carex limosa, al Ranunculus aquatilis, al Salix petandra e all’Utricularia minor.

Andrea CASARINI

                       

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