La moda? È nata nel Trecento. Saggio ricostruisce un secolo rivoluzionario nel campo del costume

FIRENZE – Spregiudicata, provocante, talvolta osé o scandalosa: è la moda di oggi. O meglio degli ultimi settecento anni, se si assume il XIV secolo come il vero punto di svolta nelle abitudini occidentali in fatto di abbigliamento. È ciò che sostiene Roberta Orsi Landini nel suo nuovo saggio intitolato Moda a Firenze e in Toscana nel Trecento (pp. 160, euro 25), appena uscito per i tipi di Polistampa.
L’autrice, studiosa del tessuto e del costume, ha lavorato per oltre trent’anni alle collezioni tessili di Palazzo Pitti a Firenze e collabora con istituzioni e musei in Italia e all’estero. Tra le sue pubblicazioni sono da ricordare il monumentale lavoro intitolato Moda a Firenze 1540-1580, uscito per Polistampa in due tomi nel 2005 e 2011, e un ampio studio su 400 velluti custoditi nella Galleria del Costume di Firenze (I velluti / The velvets, Mauro Pagliai-Abegg 2017). Il suo nuovo lavoro ci porta indietro nel Trecento, quando si assiste a un rinnovamento vistoso e fondamentale delle fogge, che traccia una netta distinzione fra l’immagine femminile e quella maschile. A ciò si associa una netta accelerazione dei cambiamenti, dettata da una ricerca continua di novità. Il fenomeno, che ha origine dall’influenza militare sull’abbigliamento civile e trae linfa vitale dall’espansione notevole dell’offerta e del consumo di beni di lusso, non riguarda tanto la foggia del vestire femminile, che mantiene una sua coerenza nella forma per molti decenni, quanto l’abito e l’aspetto maschile, la cui mutazione è rivoluzionaria e destinata a durare per tutti i secoli successivi. Mentre la tunica semplice e funzionale, evoluzione di quella romana, rimane appannaggio degli anziani, degli artigiani e dei lavoratori, si diffonde un nuovo tipo di veste molto più aderente, oltre che sartorialmente complessa: un modello che ridisegna la figura maschile e mette in risalto braccia, busto, gambe. La nuova moda “giovane”, che esalta il corpo, non tarda ad attirare l’indignazione dei moralisti (già nel 1335 il re Roberto d’Angiò biasima gli abiti che coprono appena le natiche) e l’attenzione delle leggi suntuarie, concepite per regolare il lusso e gli eccessi. “Ma proprio la proliferazione dei divieti”, spiega l’autrice, “e l’attenzione pedante alle novità che si vogliono vietare, sono alla base di un sempre più accelerato processo di cambiamento che rende inefficace qualsiasi tentativo di regolare il fenomeno”.

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