Un libro? Perché no. “Il corso delle cose, di Andrea Camilleri”. Recensione a cura di Annalisa Serafini

Come non rendere omaggio in questa rubrica a un grandissimo scrittore italiano, che ci ha lasciato pochi giorni fa, all’età di 94 anni.
Già perché come diceva Alda Meriniquando muore un poeta, uno scrittore, un intellettuale il mondo ha meno luce”.
E di luce Andrea Camilleri ne ha data e lasciata tanta: anzi sentiremo la sua mancanza sicuramente negli anni a venire.
Nato a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, nella parte più a Sud della Sicilia che guarda l’Africa, famosa per la valle dei Templi e la tomba di Pirandello (un viaggio che vi consiglio), presto si trasferisce a Roma dove studia teatro, letteratura, ma lavora in Rai come autore e sceneggiatore e svolge mille altri impegni legati al teatro, alla radio ed alla televisione.
Diventa scrittore in tarda età, regalandoci libri incantevoli, e non penso solo a quelli della celebre saga del Commissario Montalbano, reso celebre anche dallo sceneggiato della Rai, ma anche ai romanzi che sono venuti prima e dopo.
Il libro che vi voglio presentarvi oggi è il primo che ha scritto in carriera questo scrittore.
Il corso delle cose” è il primo romanzo di Andrea Camilleri, edito da Lalli nel 1978, e poi da Sellerio nel 1998. Dal libro è stato tratto lo sceneggiato televisivo “La mano sugli occhi” trasmesso dalla RAI nel 1979.
La vicenda si svolge in un paese della Sicilia, negli anni cinquanta.
Nel giro di pochi giorni due avvenimenti scuotono la tranquillità del paesino: il ritrovamento di un cadavere e l’attentato ai danni di don Vito, onesto e tranquillo lavoratore, contro cui vengono sparati due colpi di pistola a chiaro titolo di avvertimento. Vito precipita nell’angoscia, in quanto non riesce a capire il motivo di questo gesto, essendo una persona schiva che sempre, per amor del quieto vivere, ha evitato di immischiarsi in qualsiasi faccenda che non lo riguardasse. Come se non bastasse, altri avvertimenti si susseguono: le galline del suo pollaio vengono sgozzate, degli uomini lo seguono e lo controllano. Nella sua disperazione si appiglia a tutte le ipotesi per trovare una spiegazione e una via d’uscita, ma sempre senza successo. Poco a poco intuisce di essere finito suo malgrado in un gioco di interessi estremamente serio e pericoloso. Infatti riceve una serie di visite dal maresciallo Corbo, che subito ha intuito che tra il cadavere rinvenuto (non molto distante dai terreni di Vito) e la sparatoria c’è un nesso. Difatti i due eventi sono legati dalla necessità di coprire un traffico di droga internazionale… e Vito si ritrova dentro un mondo che, come tanta letteratura di Pirandello, nemmeno immaginava esistesse.
Un modo per ricordare questo grande scrittore ed inventore di storie, sempre attento a unire letteratura e società, finzione ed impegno politico, civile e sociale, fantasia e occhio verso la realtà dell’Italia e della Sicilia di ieri e di oggi.
Prima di morire, era diventato cieco, ma non aveva smesso di lavorare mai: resta famosa la sua frase: “Diventato cieco mi è venuta una curiosità immensa di intuire cosa sia l’eternità, quell’eternità che ormai sento così vicina a me.”
Grazie maestro !
Buona lettura.
Annalisa Serafini
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