Incontro su “Sideral Park”, esposizione d’arte di Carlo Moggia con Giordano Giannini

LA SPEZIA- Mercoledì 24 luglio, ore 21:30, presso lo Studio DNA della Spezia (via Tazzoli, 40; zona tribunale) si terrà un incontro pubblico di approfondimento sull’esposizione d’arte “Sideral Park” del nostro stimato concittadino Carlo Moggia. Giordano Giannini offrirà una personale chiave di lettura delle opere esposte, suggellando il tutto con la proiezione di alcuni brevi lavori dei cineasti Jirí Barta, Georges Méliès e, non da ultimo, il corto sperimentale “Moonshine” (2019), ideato e realizzato dallo stesso Moggia.

Siete tutti invitati a partecipare! Per info: 333/3929110.

Girovagando fra le opere di “Sideral Park”, l’ultima mostra ideata da Carlo Moggia, una premessa s’impone: mettersi, cioè, nei panni di un visitatore fortuito, inquieto e un po’ timido il quale, attraversato da un guizzo irripetibile, potrebbe farsi coraggio e rivolgere all’artista spezzino due domande, per molti ovvie ma con le quali sarà bene fare i conti se si è certi davvero che l’Arte ricopra tutt’ora un ruolo significativo nella società: Cosa raffigurano queste tele e manufatti? Quale messaggio dovrebbero trasmettere?

Le soluzione migliore sarebbe incalzare subito il visitatore con un’altra domanda, “Lei, che cosa vede?”, e non per pigrizia o provocazione demagogica: in questo approccio (definito dal prof. Paolo Mottana “esercizio immaginale”), se richiesto in buona fede, c’è “[…] una proposta trasformativa, la proposta di rieducare uno sguardo superficiale e frettoloso sul mondo, per imparare a sostare in una postura di passione e meraviglia, una posizione di cura e attenzione per i legami tra il proprio sé e l’altro da sé” (cit. Antonacci F., TerrAcqua, pgg. 10, 11, 15). Cercare, in altre parole, di non “addomesticare” le opere osservate – etichettandole o sfoggiando citazioni sofisticate – poiché si rischierebbe di non venire mai in contatto con esse, con ciò che mostrano e dicono, con ciò che effettivamente se ne coglie. La spinta a ridestare simili occhi “fanciulleschi”, per quanto sensata, non è cosa semplice sicché al nostro artista non resta che trovare un altro modo per aggirare l’ostacolo.

Sorridendo potrebbe, ad esempio, invitare il visitatore a frugare tra vecchi sussidiari, fra le prime nozioni assimilate in fatto di arte moderna, affinché rammenti il cuore di ogni espressione storica d’avanguardia: portare la propria rivoluzione nei linguaggi plastico e figurativo, provare a “convertire” i sogni poetici e il pensiero mitico – finora sublimati dall’arte “classica” – in realtà vissuta, “sminuzzabile”, fluida. Le creazioni di Moggia, di primo acchito, sembrano far parte (o, almeno, aver fatto parte in un primo momento) di questa “narrazione”: vi si scorgono pieghe, materiali “residui”, superfici instabili, “arlecchinate” come l’immagine dello sciancato dio del fuoco, mendicante d’amore, appeso alla porta di una toilette… tutti piccoli, ulteriori segni del nostro tempo, dell’epoca della “grande crisi dei fondamenti” la quale venne orecchiata, come ben intuì Massimo Cacciari, dalle scienze fisico-matematiche prima ancora che dalle scienze sociali. Ed è proprio con le prime che l’artista, nel corso degli anni, ha intessuto un personale dialogo. “L’abbattimento di ogni ipotesi sostanzialistica” – nota sempre Cacciari – “è il presupposto, filosofico e non solo scientifico-sperimentale, della fisica contemporanea. L’immagine del sistema come rete di funzioni domina la meccanica quantistico-relativistica, in cui scompare lo stesso riferimento in ultima istanza ad un oggetto di qualsiasi genere. Come dice un fisico che si diverte anche di filosofia e di religione, rimane «la danza di Shiva»” (cfr. AA.VV., Le forme del politico, pgg. 121, 122).

Il sistema di realtà rievocato da Carlo Moggia – e restituito ora su ampi pannelli, ora su cornicine e spessi frammenti di ‘forex’ – non è, tuttavia, partecipe di un’idea “funzionalistica”: quando il nostro artista capta i minuscoli, quasi impercettibili, fenomeni che lo circondano o esplora con passione, pagina dopo pagina, figura dopo figura, il cosmo in tutta la sua ampiezza, pare sussurrarci, sulla falsariga di Lucrezio, “Il nascere si ripete di cosa in cosa e la vita a nessuno è data in proprietà ma a tutti in uso”. Nella grande intelaiatura organica della materia, da lui inscenata nel Polittico con caduta verticale di corpi o nella serie dei cosiddetti Rivelatori (2014/2018), le particelle dell’uomo risultano simili a quelle di una foglia, di un albero, di un corallo rosso ruggine o di un minerale lunare più di quanto non sospettassimo: esse “danzano” fianco a fianco, si compenetrano, plasmano foreste, gorghi, marosi… L’ondulazione, motivo regolarmente riproposto da Moggia, si presenta dunque come l’espressione principale dell’Essere; Essere “curvo” che, nelle sue tortuose varianti, pare suscitare nell’artista spezzino un sentimento di vicinanza, di fratellanza persino, disarmante nella sua umiltà. Ciò basta al fruitore per differenziare tali creazioni da innumerevoli espressioni d’avanguardia, fuori tempo massimo, che continuano oggigiorno a intasare i musei, ignare di avere attaccata alle proprie viscere la ‘tenia’ della forma-merce.

Non è tutto. Guardando la menzionata serie dei Rivelatori, i fruitori possono venirne catturati a tal punto da non accorgersi più del ticchettio del propri orologi. Non si tratta più di una semplice relazione bidimensionale con la tela ma di un’osmosi vera e propria. Il risveglio avviene un po’ brusco: quanto tempo è stato effettivamente speso davanti a questi “cavalloni” di corpi umani? Dove sì è finiti nel corso dell’osservazione? Sarebbe più opportuno chiedersi “quando” si è finiti. Seppur per pochi istanti, i fruitori sono, infatti, entrati in quel tempo a-cronologico “che era stato tipico del mito nelle società primordiali e classiche” (cit. G. De Turris). Il tempo “a-cronologico” del Mito è ciò a cui segretamente, autenticamente anela Moggia!

Sotto la rena marziana, i frattali di Mandelbrot, le bufere siderali e la coltre di buio cosmico “palpita”, dunque, il Mito una volta di più. Credo sia questa la preziosità di Moggia e del suo cammino di ricerca, questo è almeno ciò che un visitatore percepisce in sottofondo, proprio come il “basso continuo” di una composizione musicale. Pur rischiando di cadere nei vizi prima stigmatizzati, ossia sovraccaricare di citazioni il puro atto contemplativo, permettetemi di dire che è quasi impossibile esplorare con gli occhi uno dei Rivelatori e non pensare al motivo iconico del “turbinio di spiriti” che attraversa capolavori dell’arte come Fate danzanti (1866) di August Malmström (maestro del ‘goticismo’ svedese in pittura), le incisioni di Gustave Doré (1869 ca.) per gli Idilli del Re di Alfred Tennyson (più precisamente il ‘cerchio delle fate’ notturno raffigurato nel poema Ginevra) e, non da ultimo, Le Oreadi (1902) di Bouguereau con il suo rosato volo di corpi femminili. Alla stregua di un “lapsus”, il Ratto delle Sabine del Giambologna si annida nello sciame di carni di Quasi come (2010) e dalla fanciulla che, birichina, dondola sulla mezzaluna fanno capolino le “burle stellari” di Georges Méliès e Segundo de Chomón.

In conclusione, vorrei fare un ultimo, breve riferimento alla settima arte e a uno dei suoi pionieri, Fernand Léger, il quale disse “Il vero cinema è l’immagine dell’oggetto totalmente sconosciuto ai nostri occhi e che è impressionante se si sa presentarlo”. La poetica di Carlo Moggia, non dimentichiamolo, è anche poetica degli oggetti come prova il corto sperimentale Moonshine (2019), animato a ‘passo uno’. Gli oggetti, i brandelli di materia, non “recitano”, non sono “in posa”, beffardamente decontestualizzati: hanno, invece, un’anima loro e l’artista spezzino, con affetto e ironia, ce lo ricorda, rivelando una curiosa affinità con alcuni cineasti cecoslovacchi, quali ad esempio Jiří Barta (Il mondo perduto dei guanti) o Jan Švankmajer (Historia Naturae). “Gli oggetti per me sono sempre più vivi degli uomini,” – afferma quest’ultimo – “più duraturi e anche più espressivi, più emozionanti con i loro segreti, con la memoria interna che va molto al di là dei ricordi dell’uomo. Gli oggetti contengono le storie di cui sono stati testimoni”. Ora basta con i discorsi: sbrigatevi, indossate una tuta spaziale e volate sulla cresta del vento solare; usate le ali di Carlo, giocate insieme a lui e non impauritevi se, alle porte di Saturno, un contabile afroamericano vi chiederà di scendere giù per una botola misteriosa. Ovunque vi porterà sarà sempre meglio che restare su questa terra.

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