Al via MythosLogos. Siamo tutti greci! Intervista al grecista Angelo Tonelli di Katia La Galante

LERICI (SP) – Con la citazione di Shelley, “Siamo tutti greci”,  parte  nel 2014 l’avventura di MythosLogos, rassegna sulla sapienza, la filosofia, l’arte, la cultura dell’antichità greca e latina, ideata da Angelo Tonelli, riconosciuto come uno tra i massimi studiosi e traduttori italiani di classici greci.

Katia La Galante lo ha incontrato e intervistato per LaSpeziaOggi. MythosLogos si svolgerà dal 21 giugno al 14 agosto, realizzata grazie al contributo del Comune di Lerici, che ha accolto la manifestazione con grande entusiasmo perché, come ha spiegato l’Assessore alla Cultura Luisa Nardone,  “si caratterizza per essere un evento unico nell’ambito dei festival culturali italiani,  capace di associare un altissimo livello culturale e scientifico con la capacità di coinvolgere un ampio pubblico con estrazione sociale varia. Non meno é l’entusiasmo per poter valorizzare e celebrare un grande studioso nativo del nostro territorio conosciuto a livello internazionale come Angelo Tonelli, uno tra i massimi grecisti viventi. La manifestazione assume un ruolo centrale del calendario estivo del comune di Lerici, per l’alto valore culturale, la numerosità degli appuntamenti in programma, ben 32, estremamente vari per tematiche e linguaggi adottati che spaziano da conferenze dei maggiori esperti a spettacoli teatrali, performance, a mostre di pittura e sensibilizzazione al mondo classico ai bambini con laboratori ideati per loro. È un privilegio poter vantare tutto questo in una rassegna che tocca interamente le più belle location del Comune di Lerici, dal Castello all’Oratorio in sellaa  e vedere quanto la risposta a un forte stimolo culturale sia ogni anno crescente in termini di pubblico proveniente da tutta Italia”.

L’intervista di Katia La Galante ad Angelo Tonelli

 

D. Quale è l’idea che sta dietro a questa rassegna e come si è evoluta nel tempo?

R. L’idea è che noi dai greci abbiamo da imparare tantissimo, perché stiamo vivendo una fase di crisi eco-antropologica. Eco per ecologica, basti pensare all’isola di plastica in mezzo all’oceano, per non parlare di tutto quello che sappiamo dei cambiamenti climatici, e antropologica per i problemi dell’immigrazione e per la povertà che sta aumentando nel mondo. C’è quindi una gestione del pianeta non sufficientemente evoluta, non si vuole governare il pianeta in nome di una profonda umanità, consapevolezza, responsabilità.

Si aggiunga che ora ci stiamo affacciando, anzi siamo già dentro, a una rivoluzione cibernetica che se non è gestita da un timone responsabile può essere veramente un flagello per l’umanità, con degli scenari da film di fantascienza catastrofico-apocalittico. La mente collettiva europea non ha saputo preservare questa ricchezza di profondità sapienzale che aveva all’origine, in Grecia, per esempio con Pitagora. I pitagorici univano il lavoro su se stessi, sull’interiorità, per liberarsi dalle dimensioni più animalesche e anche più prevaricatorie, e univano questo lavoro a una grande capacità di governare lo Stato. Avevano una parte esoterica, ma hanno governato la Magna Grecia, avevano anche una capacità di amministrazione. Poi c’è  Parmenide che era vicino al pitagorismo, ed è stato oltre che un grande mistico anche un grande legislatore. Per non parlare di Platone che aveva l’idea di creare i re-filosofi, avevano ben chiaro che per essere un grande governante bisogna essere un grande cittadino e per essere un grande cittadino devi essere un grande uomo o una grande donna e per essere un grande uomo o una grande donna devi lavorare sulla tua interiorità attraverso gli strumenti spirituali e culturali e anche le pratiche meditative.

Infatti i nostri pitagorici praticavano varie forme meditative, in questo senso nel l’ultimo libro che ho pubblicato Attraverso e oltre, che uscirà nelle librerie l’11 luglio, ho messo un’ immagine del “mongolo di Taranto “, in anteprima assoluta. La cosa importante è che è stato trovato nella Taranto del Quarto secolo avanti Cristo un ritratto in un vaso protovulcanico di un mongolo che ci testimonia, se ce ne fosse ancora bisogno, della connessione tra la Magna Grecia, e la Grecia, e l’estremo Oriente, che allora era visto come il mondo degli iperborei. Questa connessione con l’Oriente ci fa capire che la nostra sapienza greca era molto simile a quella che è la sapienza orientale.

E’ per questo che ho pensato di fare un evento aperto e variegato dove ci sia spazio per molte esperienze e sguardi diversi sull’antichità e ho scelto Lerici perché è una cittadina mediterranea, simile in questo ai luoghi della Grecia antica, e punteggiata di luoghi di bellezza come il parco Shelley, un poeta che esaltava la grecità della nostra cultura.

D. Nelll’impostare il programma della rassegna lei ha scelto un approccio multidisciplinare, quindi interverranno non soltanto studiosi del mondo greco e latino ma fisici, psicoanalisti, artisti. Come si rapportano alla classicità tutte queste diverse esperienze culturali?

Farò tre esempi che valgono per tutti. Il 30 luglio ci sarà Luigi Zoja, noto scrittore psicanalista junghiano, che parlerà dell’immagine del padre nella grecità e quindi darà un taglio archetipico junghiano ma anche sociologico,  perché la perdita la figura del padre simbolico nella nostra epoca, nella società fluida, è ormai evidente.

Bettini parlerà dei doveri umani  degli antichi  da un punto di vista schiettamente antropologico. Bettini, che ha fondato il centro di studi antropoloci del mondo antico di Siena, e appartiene alla scuola strutturalista degli anni 70 di Detienne Vernant, ci parlerà di Antigone e di Enea. Antigone, come esempio di responsabilità nei confronti del proprio dovere umano anche quando esso sia in contrasto con la legge, lei che, lo ricordiamo, decide di seppelllire il fratello nonostante la volontà contraria di Creonte, che rappresenta il potere. Enea perché, venendo in Italia, si stupisce di non essere accolto in modo ospitale dagli abitanti del Lazio e quindi ci pone la questone cruciale dell’altro tema del nostro tempo,  quello sull’immigrazione   

Guido Tonelli, fisico e divulgatore scientifico, ci parlerà del vuoto nella mitologia greca e nella fisica quantistica contemporanea. Proprio adesso uscirà il suo ultimo libro che tratterà questo tema; l’argomentazione di fondo è che il mondo è fatto in gran parte di vuoto. Questo ci rimanda a certe intuizioni che avevano avuto i meditanti orientali sul vuoto, ma anche a Capra, il fisico degli anni 70 che scrisse Il tao della fisica. Si tratta di un libro che ha tuttora una sua valenza perché la fisica di oggi si riconnette  alle intuizioni dei maestri della meditazione orientale e non. Non è un caso che i fisici hanno quasi tutti una formazione classica, leggono Anassimandro, Empodecle, i classici.

D. E adesso una provocazione, una domanda che però si pongono in molti magari senza esprimerla apertamente. Perché studiare greco e latino, lingue morte, invece di altre più utili nel mondo d’oggi come l’inglese o l’arabo o il cinese?

Il problema è che i morti siamo noi, non quelle lingue lì!

La nostra è una civiltà condannata a morte per un difetto di consapevolezza: ha inconsapevolmente generato degli effetti mortali. Quindi bisogna ribaltare il punto di vista. Ci sono dei morti, cioè noi, che devono accostarsi a delle lingue molto più vive di loro. Parlo del greco, ma anche del sanscrito o dell’egiziano antico, perché sono lingue che custodiscono vertici di spiritualità e cultura che ovviamente possiamo comprendere molto meglio in una lettura diretta che  non in  traduzione.

Avvicinarsi ai testi greci sapendo leggere il greco è molto diverso che avvicinarsi a quei testi attraverso le traduzioni. Esiste il magnetismo proprio di ogni lingua, una sua aura, che è il potere connesso alla “phonè” , al suono. Per esempio, la parola “karis” in greco, è tradotta normalmente come “grazia” mentre in greco karis non è equivalente alla “grazia” dei cristiani: è quello stato di luminosità, di pace di serenità che può caratterizzare i momenti di bellezza, di eros, di condivisione. Oppure ci sono parole come   nous o come logos che sono intraducibili. “Nous” è stato tradotto in maniera fuorviante con “intelletto” o “intelligenza”. In realtà nous ha a che fare con l’intuizione, infatti è legato alla radice del verbo “noein”, cioè “vedere”. Platone definisce il nous come occhio dell’anima. E’ quindi in realtà un lampeggiamento, un organo dell’intuizione sovramentale e sovrarazionale di cui siamo stati privati con il prevalere della figura dell’intellettuale, mentre prima il sapiente (il “sophos”) aveva come centro proprio il radicamento nel nous. In sostanza, si tratta di un termine che non è traducibile, che va conosciuto direttamente in greco.

Quindi, se io mi riapproprio di questa lingua mi riapproprio anche di certi termini chiave, anche dei miei organi interiori che poi sono stati obliterati e l’obliterazione di questa dimensione noetica è alla base di una decadenza della specie umana. Abbiamo perso il contatto con la dimensione di interiorità che gli orientali esprimono con il concetto di  “atman”, “drakman”. Il nous è come l’ “Atman” cioè il sè profondo delle culture orientali che è connesso con il sè cosmico, il “drakman”.

Questo è evidentemente solo un esempio,  ma ne potrei portare altri diecimila. “Logos” viene tradotto come “ragione” ma se uno si studiasse il greco e leggesse “logos”, sa che logos non  è la ragione ma è il “senso”, quindi non saremo vittima del razionalismo a sua volta subordinato alla tecnica, a sua volta all’origine di tanti problemi e così via. In conclusione, è fondamentale studiare queste lingue che sono più vive di noi.

D.Nel programma vi sono diversi spettacoli, tra cui uno con la tua regia tratto da una tragedia di Euripide. Mi viene spontanea una domanda, giocando con una nota citazione scespiriana. Chi è Ecuba per te?

E’ una figura importante per il teatro. Si tratta di una delle tragedie messe in scena meno sovente perché si dice che sia noiosa ma in realtà è terribilmente potente, terribilmente coinvolgente. Poi qui avremo una protagonista d’eccezione che è Susanna Salvi, una nostra attrice e anche la mia collaboratrice di regia originaria di Lerici, che ha già interpretato moltissimi ruoli femminili. Sarà un’interpretazione potente, già collaudata in Sicilia al teatro Adromeda con grande successo.

Ecuba è la madre che soffre perché le viene annunciata la morte di tutti i figli, quindi è una tragedia che denuncia il dolore inevitabile della guerra. Euripide era tendenzialmente pacifista, e anche un po’ femminista, quindi poi alla fine abbiamo aggiunto un messaggio fuori campo che segnala il carattere catartico della tragedia greca. Si entra nel dolore nella passione per attraversarla e per uscirne catarticamente. La tragedia era un rito e cerchiamo di mantenerla così. Il 15 Luglio faremo “Ecuba” al parco Shelley con questo spirito.

D. Mithos e logos sono le due polarità sulle quali si è formata la classicità greca come noi la conosciamo. Oggi però il logos – inteso come ragione scientifica ma anche come razionalità economica – sembra dominare incontrastato: secondo te c’è ancora spazio per il mithos o quanto meno è possibile trovare un equilibrio tra mito e logos?

C’era un vecchio libro, del quale non ricordo l’autore, intitolato Dal mithos alla logos: l’idea era che all’inizio esisteva questa dimensione un po’ infantile dell’umanità e poi si arriva finalmente al trionfo del logos inteso, come avevo già detto prima, come “ragione”. La ragione scissa dal mito e scissa dal rapporto con la dimensione dionisiaca, con la dimensione inconscia, è assolutamente distruttiva e infatti la nostra società ha seminato e sta seminando elementi di distruzione e di autodistruzione.

Ci siamo autobattezzati HOMO SAPIES quando in realtà la “sapienza” è  ancora tutta da realizzare. Un po’ come quando hanno dato a Obama il Nobel per la pace prima ancora che entrasse in carica! Io ho scritto Mithos e logos come due parole collegate proprio per dare l’idea che i due aspetti vanno uniti dentro di noi: la parte razionale riflessiva va unita con quella inconscia e mitica per evitare la schizofrenia, cioè evitare quei dottor Jekyll e Mister Hyde che caratterizzano l’epoca contemporanea. Quanto più si unilateralizza nella direzione del logos razionale e tecnico tanto più rischiano di emergere non governabili  gli aspetti del mithos ovvero dell’inconscio e del dionisiaco. Ed emergono in maniera pericolosa, a livello della follia individuale come il femminicidio e così via, fenomeni che nascono da una mancata educazione a integrare gli strati profondi della psiche,  ma anche a livello collettivo.

Abbiamo avuto l’esempio del nazismo e Jung diceva che in fondo Hitler è stato lo sciamano nero di un popolo in cui stava crescendo un’ombra micidiale che era l’ombra della volontà di potenza. Jung notava che poco prima del nazismo i suoi pazienti avevano spesso sogni dove compariva Wotan, dio della guerra, Ares, quindi l’inconscio collettivo formava immagini di guerra. Noi invece adesso abbiamo il rischio di una sfrenata preponderanza di una dimensione tecno-razionalistica non governabile che può produrre un isterilimento della specie umana, una perdita di contatto con la “wilderness” cioè con la dimensione del selvatico e del contatto con la natura. Questa perdita è fonte di sofferenza, di disagio psichico e può essere fonte anche di conflittualità sia interpersonali  che internazionali.

Il discorso di unificare mithos e logos vuol dire prendersi cura dell’interiorità individuale e collettiva sempre nella prospettiva del raggiungimento di una cittadinanza veramente dignitosa del pianeta da parte dell’uomo. L’uomo ha una enorme responsabilità nella gestione del pianeta stesso e quindi ci vuole consapevolezza, ci vuole l’armonia dell’interiorità e sono tutte cose che trovavamo ben ben espresse nella Grecia antica, questa Grecia così vicina all’Oriente.

D. Riprendendo e rovesciando la citazione di Shelley, quanto poco siamo greci?

Beh, sì, siamo davvero poco greci. C’era il mio maestro di filosofia greca antica, Giogio Colli, che nel paragrafo del suo libro intitolato I greci contro di noi, diceva che i greci sono una provocazione per noi a crescere, sono una provocazione a uscire “dall’umano, troppo umano” e riconneterci a quella che è la dimensione dell’autentico essere umano, un essere umano centrato sul Nous, sulla dimensione del sè profondo e quindi capace di armonia interiore e di armonia collettiva. Siamo poco greci ogni volta che cadiamo in balia degli aspetti deteriori della nostra interiorità individuale e dell’interiorità collettiva. Ovviamente mi riferisco al messaggio sapienziale, culturale e artistico dei greci, non solo alla filosofia. Sapienza è anche la tragedia e la commedia greca, che era una educazione a guardare con  parteciapazione e distacco tutti i moti dell’animo umano in modo da averne esempio, farne catarsi e non esserne schiavi.

Quella greca era una civiltà potentemente iniziatica. I misteri eleusini consentivano a tutti un’esperienza del nous e della luce di questa interiotità sovramentale e sovrapulsionale; possiamo attingere a loro come modelli per andare… io dico attraverso-oltre cioè attraverso la nostra dimensione biologico-esistenziale ordinaria a una dimensione di realizzazione che è quella che ci veniva indicata dai grandi sapienti occidentali come Pitagora, Parmenide, Eraclito e altri e dai grandi sapienti d’oriente. Siamo poco greci quando siamo poco realizzati, poco capaci di seguire il moto che viene enunciato nel canto d’ingresso dell’ “Agamennone” di Eschilo quando dice “ pathei mathos”, conoscere soffrendo, cioè intendere l’esperienza di vita come occasione di crescita e di conoscenza. Siamo poco greci quando viviamo nella pura datità dell’esistenza senza questa spinta al trascendimento conoscitivo.

Sul sito di MythosLogos il PROGRAMMA completo (clicca qui)

 

 

 

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