Un libro? Perché no. “Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi” di Concetto Vecchio. Recensione a cura di Annalisa Serafini

È appena uscito da Feltrinelli un libro che fa riflettere e pensare.
Scritto da chi ha provato sulla propria pelle quelli che racconta, Concetto Vecchio ci spiega tutta la storia delle migrazioni dall’Italia verso la Svizzera… magica “terra promessa” per i sogni ed i bisogni di tanti lavoratori, scienziati, ricercatori e perseguitati.
Si parte da inizio secolo quando i migranti erano poveri contadini veneti, lombardi e piemontesi, in cerca di un qualsiasi lavoro. Moltissimi furono impegnati come muratori e costruttori di strade, ponti e tunnel (se visitate il Museo del San Gottardo, vicino al famoso tunnel, vedrete che i 66 morti erano tutti italiani).
Nel dopoguerra arrivano in Svizzera gli immigrati del Sud, che si legarono con quelli già presenti del Nord, a formare un vasto gruppo di italiani.
Seguiranno poi tante migrazioni di intellettuali o scrittori o scienziati: perché la Svizzera con la sua neutralità (dichiarata nella sua costituzione) ha ospitato profughi di tutte le guerre, persecuzioni o le rivolte in Europa.
Basta andare a Zurigo e visitare la casa di Einstein studente squattrinato, di Lenin che qui preparò la Rivoluzione Russa insieme alla moglie, di Thomas Mann che non volle più tornare in Germania, di Joyce, di Adriano Olivetti, ebreo che qui passò gli anni della guerra, del cugino di Anna Frank, che a Basilea ha creato una “Fondazione Frank” e di tanti altri nomi famosi o meno.
Fino a che un politico svizzero disse nel giugno 1970 “ora basta. Prima gli svizzeri”.
Un pioniere, quello Schwarzenbach: il suo del 1970 fu il primo referendum europeo per dare una stretta all’immigrazione. Se avesse vinto, in 300 mila italiani avrebbero dovuto fare le valigie. Luciano Alban oggi ricorda che dove lavorava lui, azienda che costruiva centrali idroelettriche, glielo dicevano in faccia: «Se passa, te ne vai», anche se i capi erano tutti per votare no. Non che la xenofobia fosse una novità, in Svizzera. «Nel 1896» racconta Franco Narducci, presidente del Corriere degli Italiani, «ci fu qui a Zurigo un pogrom contro gli italiani, scatenato da un pretesto. Bastonature per strada, negozi bruciati. Chiuso il cantiere del Gottardo erano arrivati gli operai italiani, accusati di lavorare sotto costo, di rubare il lavoro agli svizzeri». E nemmeno è tramontata la xenofobia, dopo la sconfitta del 1970. Altri referendum ci sono stati, tutti persi. Altre forze politiche hanno urlato “Prima gli svizzeri”, e ancora adesso valgono un 25 per cento.
Ma Schwarzenbach fu il primo, e fece quasi da solo. Unico parlamentare del partitino Nationale Aktion, tenuto a distanza da socialisti e democristiani, contrastato dagli imprenditori che temevano di perdere forza lavoro. Perse per soli 100 mila voti, il 46 per cento contro il 54, e venne votato nei quartieri popolari, dove gli svizzeri vivevano gomito a gomito con gli italiani. E non li amavano, li disprezzavano, li temevano. Tschingg era l’insulto per gli italiani: veniva dal “cinque” spesso urlato nel gioco della morra. La morra era addirittura vietata in certi posti: “Mora Verboten” si leggeva su alcuni cartelli.
Da quel 1970 le cose sono molto cambiate in Svizzera: quel che resta certo è che è un paese che guarda per se, che si regge su referendum popolari, dove la politica serve per i bisogni reali dei cittadini, dove si punta a crescere, a istruirsi, a lavorare e dove non vince chi è furbo, raccomandato o ammanicato.

Buona lettura!
Annalisa Serafini
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