Omofobia sul lavoro, non tacete. L’appello di Valentina Bianchini (RAOT).

LA SPEZIA- Ieri stavo pranzando nella sala break della mia azienda. Al tavolo dietro il mio sento alcune colleghe che parlano di omosessuali. “Ti prego fa’ che non debba intervenire, non ho nessuna voglia di litigare” penso.
Nel mentre la discussione al tavolo comincia a degenerare con una collega che esclama: “...poi danno a me dell’omofoba solo perché dico che non dovrebbero adottare e che sono per la famiglia naturale. In realtà sono loro che negano agli altri il diritto al libero pensiero, è una dittatura la loro.
A quel punto mi sento di dover intervenire. Mi giro e le dico: “Cara ma tu SEI omofoba. Negare agli altri i propri diritti sulla base del loro orientamento sessuale vuol dire proprio essere omofobi.”
Nel sentire le mie parole la collega si altera e mi risponde piccata: “Io sono libera di pensarla come voglio, io sono di fede cattolica e voglio che i miei figli nascano in un mondo senza omosessuali. Penso che l’omosessualità sia una cosa sbagliata e spero che un giorno non esistano più persone così”.
Le faccio notare che deve farsene una ragione, che anzi saremo sempre di più perché siamo stufi di venire rinchiusi nello stanzino da persone come lei, che i suoi figli un domani inizieranno a pensare con la propria testa e capiranno che la loro mamma ha impartito loro insegnamenti sbagliati e che ogni persona deve avere pari diritti indipendentemente dal proprio orientamento sessuale o dalla propria razza.
La zittisco.
La cosa che mi ha fatto riflettere però, oltre al fatto che nessuno dei presenti sia intervenuto nella discussione in mio favore (anzi alcune colleghe al suo tavolo hanno anche provato a darle ragione), è che se al posto mio ci fosse stata una persone meno sicura di sé, meno sicura del proprio orientamento sessuale, più sensibile o meno pronta nella risposta, questa persona avrebbe sofferto, probabilmente in silenzio, nel sentire queste parole. Magari ci avrebbe ripensato il giorno dopo e, invece di scrivere un articolo sull’accaduto, avrebbe potuto mettere in dubbio la liceità della propria condotta sessuale.
Se sentite frasi aberranti di questo tipo non pensiate di essere esonerati dal dover intervenire solo perché non direttamente coinvolti. Stare zitti è essere un po’ complici. Stare zitti potrebbe voler dire far soffrire qualcuno.
Valentina Bianchini
Presidente RAOT – Rete Anti Omofobia e Transfobia La Spezia
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