Un libro? Perché no. “Gino Bartali. Una bici contro il fascismo”, di Alberto Toscano. Recensione a cura di Annalisa Serafini.

Chi non conosce oggi nel mondo Gino Bartali?
Campione nel ciclismo, ma non solo. Esce proprio in questi giorni un altro libro sulla sua incredibile storia e personalità, un carattere forte, indistruttibile, altruista e coraggioso, non solo verso gli avversari ma anche e soprattutto verso Mussolini ed il regime fascista.
Una vita la sua che resta ancora oggi un esempio morale per tanti, soprattutto giovani, troppo abbagliati dallo sport come chiave di successo, fama e soldi.
Alberto Toscano analizza la figura del leggendario ciclista Gino Bartali, vincitore di tre Giri d’Italia e due Tour de France, a partire da tutti gli aspetti del suo essere: l’uomo, lo sportivo, il credente, il marito fedele «di due mogli» (la sua bicicletta da corsa e quella in carne e ossa, Adriana). Ma anche l’antifascista, l’anima controversa e schiva lacerata dalla morte prematura del fratello Giulio, con cui esordi giovanissimo e compagno di allenamento fin dalla più tenera età.
Un uomo giusto, che preferiva inimicarsi il potere piuttosto che concludere una gara col saluto romano, un obbligo di legge imposto dal regime fascista, come simbolo di potenza. Invece di fare il saluto fascista, Bartali opponeva il segno della croce: un modo per prendere le distanze da un potere politico che considerava razzista è pericoloso. La sua religiosità ha giocato un ruolo importante nell’avversione verso le leggi razziali del 1938 contro gli ebrei italiani, nel rifiuto dei simboli della dittatura, oltre che nello straordinario dinamismo della rete clandestina nata nel 1943 per nascondere e salvare moltissimi ebrei. Grazie al ruolo attivo del cardinale di Firenze, Bartali, già campione famoso, si nascondeva nei tubi che compongono la bicicletta da corsa, documenti falsi e li portava ad Assisi, dove i frati tenevano nascosti tanti ebrei. I documenti falsi portati da Bartali, con la scusa di andare ad allenarsi da Firenze ad Assisi, servivano per battere false carte di identità per questi ebrei e farli partire verso gli Stati Uniti o Israele. Per questo motivo oggi leggiamo il suo nome sul Muro dei Giusti al Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme: la massima riconoscenza che dà lo stato israeliano per chi ha aiutato gli ebrei durante la seconda guerra mondiale. «Ginettaccio» non amava parlare dei suoi meriti extra sportivi e tantomeno dei suoi «chilometri per la vita», percorsi fra la Toscana e l’Umbria per salvare gli ebrei perseguitati, procurando loro i documenti falsi, che nascondeva nell’intelaiatura metallica e nella sella della sua bicicletta. Non lo considerava un gesto fuori dal comune, ma la reazione che ogni persona dovrebbe avere di fronte alla vita minacciata degli altri. Bartali ha infatti raccontato al figlio la storia, solo pochi mesi prima di morire, perché diceva: “il bene si fa ma non si dice”.
Un esempio di umanità per ricordarci la nostra. Un esempio importante soprattutto nei momenti difficili della nostra storia passata, presente e futura.

La Prefazione di Gianni Mura, che apre il libro, spiega bene lo straordinario carattere di questo uomo, unico e speciale.
Un personaggio da ricordare sempre.

Buona lettura.
Annalisa Serafini
E-mail: annalisaserafini@libero.it

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