Un libro? Perché no. “A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio”, di Simon Critchley. Recensione a cura di Annalisa Serafini

Peccato che da noi in Italia parlino e scrivano di calcio solo giornalisti, addetti ai lavori o tifosi, ma non professori o esponenti del mondo accademico…come se questo sport globalizzato e massificato non facesse parte della nostra società contemporanea.
Oppure – più tristemente- ne parlano prefetti, questori, giudici e magistrati, quando si tratta di condannare per violenze o risse fuori e dentro gli stadi o i DASPO o squalifiche curve e trasferte.
Ma che fine ha fatto il calcio in Italia?
O meglio, si può ancora definire in Italia il calcio come sport o come grande business macina soldi e sponsor?
Altra visione delle cose se oltrepassiamo gli italici confini.
Un esempio è questo breve testo, appena uscito per i tipi di Einaudi, scritto da un esponente della “cultura alta” per dirla come Gramsci.
Si tratta di Simon Critchley, nato nel 1960 in Inghilterra, docente di filosofia presso la New School For Social Research di New York e in passato presso altre università inglesi.
Ma non crediate di avere in mano un testo di antropologia o di sociologia del calcio e dei tifosi, perché il nostro autore non perde aereo o mezzo di trasporto per seguire il suo adorato Liverpool e quindi ci racconta il calcio in duplice veste: da tifoso e da filosofo. Infatti l’autore fra la filosofia di Sartre o l’esistenzialismo di Heidegger, ci spiega come possano 22 ragazzi che inseguono una sfera di cuoio toccare il cuore e le emozioni di milioni di persone in tutto il mondo.
Insomma un libro che racconta il calcio come filosofia del tempo contemporaneo, veloce, liquido (direbbe Baumann) e globalizzato in hamburger McDonald. Insomma un mondo del calcio dove Nietzsche e Sarri hanno molti punti in comune, dove una partita è una ribellione socialista, dove non conta chi vince o chi perde, ma raggiungere uno stato di grazia di emozioni e sensazioni. Già perché poi il calcio è fatto di socialismo come recita il primo capitolo, è un teatro fatto di identità, di teoria e prassi, così come di stupidità ed intelligenza. Molto bello è il capitolo dedicato alla “nostalgia per gli allenatori di una volta”, dove lo scrittore si lancia a ricordi di un calcio romantico che fu.
Al termine del libro, da bravo tifoso alcuni capitoli sono dedicati ai mitici Reds, con la fenomenologia di Jürgen Klopp, un tedesco di Friburgo, anche lui docente di scuola, uno “normal one” contro lo “special one” Mourinho, di recente licenziato dal Manchester City.
Insomma un libro interessante, intelligente e creativo che coniuga la filosofia del “dasein” di Heidegger con la visione del mondo degli ultras o quando racconta che una partita è il vero rito laico dei nostri tempi, non lo Stato né la religione né le autorità.
Un pamphlet che sono sicura vi appassionerà, riccamente illustrato con fotografie in bianco e nero.

Buona lettura!
Annalisa Serafini
E-mail: annalisaserafini@libero.it

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