Ricerca scientifica, L’Ospedale Sant’andrea a confronto con la Columbia University di New York

LA SPEZIA- L’Ospedale Sant’Andrea della Spezia a confronto con la Columbia University di New York sullo sviluppo della ricerca scientifica. La tecnica innovativa per identificare i soggetti con maggiore probabilità di sviluppare la malattia di Alzheimer, scoperta dal team di ricercatori dell’ospedale spezzino guidato dal Direttore della S.C. Medicina Nucleare Andrea Ciarmiello, è stata infatti al centro della trasmissione “Coffee Break”, lo spazio di approfondimento e attualità di LA7 condotto da Andrea Pancani.

Ciarmiello, in collegamento dal nosocomio spezzino, si è confrontato con il Dottor Antonio Iavarone, ricercatore della Columbia University di New York la cui equipe ha recentemente identificato il meccanismo biomolecolare che sostiene la crescita di alcuni tumori tra cui il glioblastoma, dando vita a un interessante dibattito sullo stato della ricerca scientifica.

Il Direttore della S.C Medicina Nucleare ha illustrato i risultati della ricerca alla quale hanno collaborato la S.C. Neurologia diretta dal Dottor Antonio Mannironi e il Memory Laboratory Cns-ONLUS della Spezia guidato dal Dottor Antonio Tartaglione, che ha coinvolto pazienti già affetti da disturbo cognitivo lieve e ha utilizzato una tecnica di imaging molecolare della medicina nucleare basata sulla Tomografia ad Emissione di Positroni (PET) per misurare nel cervello la quantità di beta amiloide, proteina ritenuta responsabile dello sviluppo della malattia di Alzheimer.

L’Alzheimer è una malattia multifattoriale, ma c’è un elemento chiave sul quale tutti i ricercatori convergono, ed è rappresentato dal fatto che nell’arco del tempo le persone che poi svilupperanno la patologia accumulano quantità via via crescenti di una proteina che esercita un effetto tossico sulle cellule del sistema nervoso centrale – ha spiegato il Professor Andrea Ciarmiello –. Abbiamo messo a punto una tecnica di imaging molecolare di medicina nucleare in grado di definire la quantità di accumulo di amiloide oltre la quale il declino delle funzioni cognitive è più rapido e la probabilità di ammalarsi di Alzheimer è maggiore. Uno studio importante, perché attualmente non ci sono farmaci efficaci contro l’Alzheimer e la prevenzione secondaria è oggi l’unico strumento in questo momento per ritardare l’inizio della malattia. Se noi individuiamo i pazienti che hanno il maggior numero di probabilità di ammalarsi, possiamo intervenire prima”.

Scopo dello studio è infatti quello di consentire l’identificazione di soggetti a maggiore rischio di malattia, che potrebbero essere così inseriti in programmi mirati di sorveglianza clinica e trattamento. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su autorevoli riviste mediche come l’ European Journal of Nuclear Medicine and Molecular Imaging.

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