Un libro? Perché no. “Dallo scudetto ad Auschwitz”, di Matteo Marani. Recensione di Annalisa Serafini.

Mi sembra si chiamasse Weiss, era un allenatore di calcio ungherese, molto bravo ma anche ebreo e chissà come è finito” scrisse in un suo libro Enzo Biagi.

Da queste parole, Matteo Marani, l’autore del libro, bolognese di nascita, direttore del “Guerin Sportivo”, giornalista sportivo di calcio per radio e TV, si è messo in cerca di quest’uomo e della sua famiglia. Ma di colui che fra 1930 e 1938 aveva dominato il calcio italiano ed europeo, scopritore di un magro Giuseppe Meazza, che fa debuttare a 17 anni in serie A, su cui nessuno avrebbe scommesso (a lui oggi è dedicato lo stadio di Milano che porta anche il suo nome), vincendo scudetti con Inter e Bologna (detta ai tempi “lo squadrone che tremare il mondo“) ed una Champions League erano sparite le tracce dall’Italia. Sempre lui a scrivere, a quattro mani col dirigente Aldo Molinari, il manuale “Il giuoco del calcio”, con prefazione di Vittorio Pozzo che non era l’ultimo arrivato: il primo testo di schemi, tecniche di allenamento, di alimentazione e dieta, di ritiri precampionato… un testo attualissimo ancora oggi. Già perché è difficile capire chi è stato questo grande Mister che dominò la serie A negli anni ‘30 e che poi finì insieme alla moglie ed ai due figli ad Auschwitz e qui trovarono la morte.

Come fare a trovare le tracce di questa famiglia sterminata? Il libro di Marani, vincitore premio letterario per la letteratura sportiva con questo testo, che Gianni Mura ha definito “un libro bellissimo e commovente”, oltre che essere il racconto sulla verità e la persecuzione delle leggi razziali in Italia, racconta anche come è  riuscito a ricostruire le tracce di chi è stato inghiottito dall’orrore della guerra.
Solo da un casuale colpo di fortuna, Marani, dopo 3 anni di ricerche in Italia e all’estero, rintraccia un signore bolognese che era stato compagno alle elementari del figlio di Weisz, e che aveva conservato le cartoline postali che il ragazzo gli scriveva dall’estero.

Sappiamo così che i Weisz persero la cittadinanza, il lavoro ed espulsi dall’Italia, partono per Parigi in attesa di un prestigioso ingaggio al Chelsea a Londra, idea poi accantonata quando vista la notorietà europea di Weisz si fa avanti Aiax dall’Olanda. E come la famiglia di Anna Frank, anche i Weisz vedono nell’Olanda una via di salvezza, che purtroppo non si rivelò tale. Commuovente le lettere (conservate al museo dell’Aiax ad Amsterdam) in cui prigionieri olandesi in un campo di transito riconobbero il grande Mister e scrivevano a casa chiedendo scarpe da calcio, perché chissà un tiro o un allenamento con lui sarebbe stato per loro un onore.
Ho deciso di parlare di questa storia, perché solamente 80 anni fa, il 5 settembre 1938, nella tenuta di San Rossore, vicino a Pisa,il Re firmò le leggi razziali: da qui cominciò odissea per gli ebrei italiani, espulsi dalle scuole, dalle università, dai lavori pubblici e privati, alcuni persero perfino la cittadinanza italiana per poi finire censiti nelle liste come “razza ebraica” e tutti sappiamo come è andata tristemente a finire. Ho scelto di raccontare la vita di un uomo, uno fra milioni di milioni, che trovarono la morte nella Shoa. Perché le leggi razziali non fecero sconti a nessuno: neppure a un Mister di calcio, osannato in Italia ed in Europa, premiato addirittura da Mussolini stesso per meriti sportivi.

E come scrisse Primo Levi: “meditate che questo è stato”.

Annalisa Serafini (e-mail: annalisaserafini@libero.it)

(Annalisa Serafini)

“Dallo scudetto ad Auschwitz”, Matteo Marani, Aliberti Editore

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