Terzo Settore: nello spezzino su 1500 lavoratori oltre il 60% ha un contratto di lavoro precario e la paga media non supera i 1000 €

LA SPEZIA- Nel Terzo Settore spezzino, costituito da cooperative sociali e aziende che operano nell’ambito della sanità privata, su un totale di oltre 1500 lavoratori e lavoratrici, più del 60% ha un contratto di lavoro precario o, nel migliore dei casi, part time (circa l’80%).

Su una platea così ampia di lavoratori – dichiarano Daniele Lombardo, Segretario Generale della FP CGIL della Spezia, insieme ad Alessandra Guazzetti e Massimo Marian, segretari del Comparto – la Cgil conta circa 400 iscritti, pari circa al 27% del totale. L’elevata quantità di iscritti al nostro Sindacato dimostra il grande impegno in questo settore, tra i più importanti della Funzione Pubblica ed anche uno dei più difficoltosi. Da molto tempo siamo infatti impegnati nella rivendicazione in primo luogo di un adeguato trattamento salariale, considerando il fatto che la paga media di un lavoratore di questo settore si aggira intorno ai 1.000 €, per un arco temporale che raramente arriva ai 12 mesi e si attesta invece su una media di 10/11 mesi all’anno. La maggior parte degli addetti impegnati nel cosiddetto Terzo Settore sono donne, che spesso, avendo contratti a termine, non si vedono riconosciuti diritti fondamentali come la maternità, la malattia e i permessi familiari. Non è un caso che spesso in questi ambienti di lavoro venga caldamente sconsigliata l’iscrizione al Sindacato da parte dei datori di lavoro. “

Continuano i dirigenti sindacali: “In ogni settore pubblico si trovano a lavorare dipendenti di cooperative sociali o di cooperative di servizi. Stiamo parlando di lavoratrici e lavoratori che negli anni hanno progressivamente sostituito i dipendenti pubblici nella erogazione di servizi fondamentali, come l’ausiliariato nelle scuole, le educatrici degli asili nido e l’assistenza socio sanitaria negli ospedali o nelle strutture per anziani; personale inserito nell’affidamento di appalti pubblici. Proprio gli enti pubblici hanno sposato nel tempo la logica dell’affidamento a ribasso, inseguendo il criterio del risparmio ad ogni costo, a discapito della tutela salariale e sociale dei lavoratori. Capita così di trovare ad operare su analoghi servizi, a parità di orario, lavoratori con contratti con piene tutele ed altri con scarse tutele e salari più bassi. I continui passaggi di appalto, da un datore di lavoro all’altro determinano inoltre il concreto rischio di licenziamento dei lavoratori interessati, dal momento che la cosiddetta clausola di salvaguardia (che un tempo obbligava l’assunzione del personale coinvolto da parte dall’azienda subentrante nell’appalto) non è più obbligatoria per legge ed è quindi spesso inapplicata dalle aziende vincitrici della gara. Lo strumento su cui riteniamo indispensabile intervenire rivendicando un coinvolgimento maggiore dei Sindacati è quindi la stesura dei bandi con i quali vengono appaltati i servizi. Da anni sosteniamo infatti l’applicazione dei cosiddetti contratti di filiera, cioè contratti nazionali di settore, da applicarsi indipendentemente dal datore di lavoro che è chiamato ad operare. E’ questo un passaggio non più rimandabile e sul quale insistiamo perché rappresenta una svolta decisiva in termini di tutela e salvaguardia dei diritti dei lavoratori. La FP CGIL da parte sua, ha accompagnato questi lavoratori, considerati spesso, a torto, lavoratori di serie B, anche in percorsi di formazione ed è impegnata a livello nazionale nel tentativo di far assumere nuovamente alle cooperative sociali quel compito di servizio sociale, appunto, per il quale sono nate. Servizio di accompagnamento al lavoro per categorie disagiate, nonché di opera di sostegno sociale per il territorio nel quale operano.”

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