I NEOLOGISMI DEL NOSTRO TEMPO: BUONISMO di Marcello Delfino

La Spezia, 12 luglio 2018

Fra i neologismi maggiormente utilizzati da chi alimenta il pensiero unico dei nostri giorni, uno è particolarmente subdolo ed ipocritamente offensivo: il cosiddetto buonismo.

Nella società della semplificazione, nella quale si tende a banalizzare tutto ed a colpevolizzare chiunque consideri la complessità delle questioni, sarebbe naturale riconoscere due categorie senza tante perdite di tempo: buoni e cattivi.

Secondo i punti di vista, naturalmente.

Non so se solo per  assonanza, mi viene in mente un possibile parallelismo con un altro termine, dal significato più chiaro e comprensibile: moralismo.

Potrebbe dunque apparire suggestivo un ragionamento “per analogia”, laddove i matematici ci rappresenterebbero l’equivalenza in forza della quale moralismo sta a moralità come buonismo sta a bontà.

E se il moralismo è la versione ipocrita ed incoerente della moralità – predicare bene e razzolare male- il buonismo, simmetricamente, avrebbe gli stessi connotati negativi nei confronti della bontà.

Insomma, se il moralismo è la perversione di chi pretende il rispetto di comportamenti etici solo dagli altri, esentandone se stesso, il buonismo sarebbe l’ipocrisia di chi reclama condotte ispirate alla bontà da parte dei suoi simili guardandosi bene di fare altrettanto.

Il contesto nel quale questa accusa è comunemente utilizzata, la questione dei migranti, rende tuttavia l’invettiva troppo generica e poco comprensibile per non indurre a qualche riflessione.

Potrebbe avere un senso che l’accusa di buonismo sia rivolta alla Istituzione che più si batte per l’accoglienza, la Chiesa cattolica, allorché si voglia rimarcare l’incoerenza della predicazione rispetto ai comportamenti concreti – prendeteveli voi, se li prendano in Vaticano ecc.

Risulta assolutamente pretestuoso, invece, quando l’accusa di buonismo è rivolta alle persone che ritengono più umano, oltreché più ragionevole, non girarsi dall’altra parte di fronte alla mano tesa di “colleghi” – donne , uomini e bambini – che fuggono da persecuzioni, guerre, fame e miseria, senza artificiose e farisaiche, oltre che inutili, distinzioni.

La sensazione, qualcosa di più, è che questa categoria di offesa sia utilizzata da chi ha bisogno di sentirsi meno indegno, sapendo in cuor suo di esserlo, rivendicando a questo scopo, platealmente, l’appartenenza alla fede cristiana e facendosi persino paladino della difesa di quella civiltà che essa rappresenterebbe al fine di arginare l’incontenibile esodo degli invasori, infedeli del terzo millennio.

Senza accorgersi quanto la rivendicazione del proprio credo smascheri, al contrario, l’ipocrisia di chi dà del buonista a chiunque abbia conservato un po’ di senso di appartenenza al genere umano e ritenga che i suoi membri, nessuno escluso, siano legati da un comune destino.

Proprio la lettura evangelica, fonte prima se non unica della fede cristiana, ci induce ad una radicalità che è tutt’altro che semplificazione.

Se mai, semplicità.

Al versetto 37 del capitolo 5 di Matteo, al termine della riproposizione riveduta e corretta dei dieci comandamenti di Mosè, il Maestro si raccomanda: “sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”.

Come si vede non c’è spazio per troppi voli pindarici: o si è buoni o non lo si è.

E per la fede cristiana è buono chi accoglie e non è buono chi respinge, il resto abbiamo visto da chi viene e a chi appartiene.

E non sarà allora che questa nuova categoria del buonismo sia utile proprio a chi soffre della propria incoerenza e la utilizzi per apparire, prima di tutti a se stesso, un po’ meno indecente e, nello stesso tempo, per fare apparire i buoni un po’ meno buoni ?

Marcello Delfino

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