LA SFIDA DI “LIBERI E UGUALI”, LA NUOVA SINISTRA ITALIANA di Marcello Delfino

La Spezia

Il contesto socio economico che la crisi finanziaria di questo decennio ha determinato presenta un quadro nel quale la globalizzazione ha accentuato squilibri e disuguaglianze.

In assenza di una politica che, a livello mondiale, governasse o tentasse di governare i processi economici, i grandi apparati hanno allargato la forbice, sia dal punto di vista economico che da quello dell’esercizio del potere, fra paesi opulenti e paesi sottosviluppati, fra ricchi e poveri, fra forti e deboli.

La società mondiale, se si eccettua il tentativo di Barack Obama spazzato dal rigurgito neoliberista, è rimasta a guardare ed ha colpevolmente lasciato che la forza del denaro, comunque acquisito, allargasse ed approfondisse le condizioni di povertà della gran parte dell’umanità.

Chi pensava che, grazie alla globalizzazione, si sarebbero condivise le conquiste sociali realizzate nei paesi dove le forze del lavoro sono più organizzate, ha visto, al contrario, ridursi i diritti anche laddove erano stati fino ad allora garantiti.

Oggi non è quindi più tempo di mezze misure, di aggiustamenti dall’interno di un sistema perverso che crea sempre più ingiustizie e miseria.

E’ passata la stagione del riformismo, che comunque ha avuto una funzione importantissima nell’Italia pre-crisi, basti pensare ai governi dell’Ulivo, certamente fra i più convincenti del dopoguerra.

Oggi è tempo di cambiare radicalmente gli equilibri di potere nella società respingendo le esilaranti argomentazioni dei cosiddetti “liberal”, anche quelli un po’ pittoreschi di casa nostra, che ci ripropongono le teorie per le quali la crescita di ricchezza del privato rappresenta occasione di promozione sociale per tutti.

Nel senso che dal tavolo, riservato a pochi, della ricchezza, se è abbondante, può cadere qualche briciola per il resto dell’umanità che si scanna per contendersela.

E’ in fondo la filosofia che sovrintende alla politica del “meno tasse per tutti”, dei “bonus”, delle regalie, della carità contrabbandata per giustizia, la politica che prima Berlusconi e poi anche Renzi hanno realizzato per non scontentare i potenti e dare qualche sorso d’acqua a chi muore di sete. E di fame.

C’è dunque bisogno di una sinistra forte che sappia spiegare che la politica è decisiva per ristabilire e garantire una società nella quale la giustizia sociale non sia l’elemosina della multinazionale, dove lo stato, cioè noi, torni a governare ed orientare i processi di sviluppo, dove la ricchezza sia equamente distribuita con particolare attenzione per chi non ce la fa, dove la proprietà e l’iniziativa privata siano tutelate nella misura in cui siano funzionali al benessere generale, dove il territorio sia gestito come bene comune e non come oggetto di speculazione, dove il lavoro, quello vero non quello precario, sia un diritto per tutti e dove tutti possano curarsi gratuitamente.

Molte di queste conquiste, in attuazione dei dettami costituzionali, erano state realizzate nel corso del dopoguerra anche con sacrifici personali di statisti che credevano davvero nell’impegno politico finalizzato al bene comune.

Basti pensare alla riforma agraria, allo statuto dei lavoratori ed alla riforma sanitaria che ha universalizzato il diritto alla salute.

La crisi ha dato la stura a coloro che hanno avversato la Costituzione sin dalla sua nascita e, dal berlusconismo in avanti, sono usciti allo scoperto non risparmiandoci neanche la tristezza, oggi, di un intollerabile rigurgito di nazifascismo.

Si tratta dunque di ricominciare dalla nostra Costituzione che non a caso i poteri economici e finanziari hanno tentato a più riprese di azzoppare.

La sinistra può essere la nuova speranza per questo paese, per ricostruirlo non solo grazie ad uno sviluppo più consono alle necessità ambientali e ad una maggiore giustizia sociale, ma anche per riscoprire la cultura della moralità, dell’etica civile, della consapevolezza di essere cittadini di una comunità dove la solidarietà è una ricchezza necessaria per potere stare bene insieme.

La sinistra, quella i cui valori hanno ispirato tante battaglie di socialisti, di cattolici democratici, di ambientalisti, che sappia unire i deboli, e non dividerli fra loro, una sinistra di persone serie, che, come dice Grasso, dicono la verità ai cittadini senza sparate ad effetto e promesse facili, una sinistra che stia nell’Europa ma in un’Europa ben diversa dalla sommatoria di egoismi quale è finita per essere quella odierna.

Solo così potremo recuperare l’attenzione di tutti coloro che non votano più per i partiti ma che per difendere la Costituzione hanno dato un contributo decisivo.

L’astensionismo non è sempre rassegnazione o disinteresse, ma, spesso, è mancanza di opzioni praticabili.

La sfida è soprattutto quella della credibilità che oggi si conquista con facce fresche e sentimenti antichi, e vincerla è necessario per offrire un’alternativa sia ad una destra che abbiamo già provato e che oggi è sempre più infrequentabile per le sue derive xenofobe e razziste, sia al qualunquismo dei grillini che, al di là della protesta, non vogliono e non possono qualificarsi per alcuna proposta di largo respiro e che incida davvero nelle dinamiche sociali.

Dispiace che alcune forze storicamente schierate a sinistra non abbiano colto questa opportunità e abbiano ritenuto di non potersi riconoscere in questo progetto che va ben al di là delle elezioni politiche, che comunque dovranno essere affrontate con il massimo impegno, ma che, per l’ambizione degli obiettivi, non può certo farsi condizionare dal risultato elettorale dell’esordio.

Marcello Delfino

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