IL DOVERE DI ACCONTENTARSI di Marcello Delfino

La Spezia

Non è facile dover cambiare approccio alla discussione sui risultati e sul gioco espresso quando si è abituati da troppo tempo a sostenere ambizioni importanti, a guardare la classifica solo nella parte sinistra e con il naso rivolto verso l’alto.

Non è semplice ma è doveroso per valutare con correttezza e realismo quello che ogni settimana ci permettiamo modestamente di commentare.

E’ cambiata completamente l’ottica con cui giudicare, sempre comunque con serenità, i risultati che si acquisiscono.

Per dirla in italiano, anzi in spezzino, il pareggio di Brescia, se lo avessimo analizzato nelle stagioni trascorse, avremmo detto che “eno trei punti butà via”.

Oggi, al contrario, cambiato il contesto e soprattutto le ambizioni, dobbiamo apprezzare la conquista di un punto fuori casa che ci conserva nel purgatorio della classifica, girone da cui si può precipitare all’inferno ma anche risalire in paradiso.

Anzi, credo sia corretto dire che il punto conquistato a Brescia ne valga almeno tre perché al nostro prezioso punticino conquistato vanno aggiunti gli ulteriori due che non abbiamo consentito di acquisire ad una concorrente e con le nostre stesse aspirazioni.

Se poi ripensiamo a come si era messa la partita, dobbiamo davvero essere soddisfatti della caparbietà con cui la squadra ha saputo recuperare ed ottenere un prezioso pareggio al quale, a quel punto della gara, forse credevano in pochi.

D’altronde non si può accusare nessuno di avere creato illusioni ed utopie, fin dall’inizio la società ha dichiarato che l’obiettivo, quello sportivo, per questo campionato, sarebbe stato ridimensionato e che il traguardo prefissato si sarebbe chiamato “salvezza”.

La verità è che gli sportivi, da un po di tempo a questa parte, si sono abituati al meglio e magari si illudono che certe dichiarazioni vengano rilasciate per mettere le mani avanti e che nascondano invece ben altre ambizioni che non si vogliono confessare.

E su questa supposizione, cullata in segreto, il tifoso coltiva speranze che quest’anno appaiono davvero immotivate.

E, comunque, in questo contesto, la squadra mostra segni di tenuta. Il forte “comune sentire” del gruppo, almeno così appare dall’esterno, al quale Gilardino, se non altro, con la sua generosità ha dato un ulteriore supporto di collante, e il modulo utilizzato da qualche settimana dall’allenatore sembrano garantire quelle caratteristiche necessarie per una squadra che si batte per non retrocedere.

Qualcosa di più ci aspettiamo dai ragazzi, soprattutto dai nostri giovani, ai quali forse è stato chiesto troppo ed hanno quindi necessità di tirare un po’ il fiato.

I giovani, che hanno la fortuna di lavorare giocando, per dare il meglio di loro stessi devono anche divertirsi un po’ ed impegnarsi senza troppi pensieri e responsabilità e soprattutto nel ruolo a loro più congeniale, dove cioè agiscono con maggiore disinvoltura.

Di Vignali dobbiamo forse ancora scoprire la posizione maggiormente confacente alle sue caratteristiche, di Maggiore abbiamo capito che si trova più a suo agio se gioca da interno mentre di Ceccaroni non abbiamo più notizie nonostante l’anno scorso abbia disputato un ottimo campionato avendo formato con il suo capitano il nucleo centrale di una delle difese meno battute.

E’ anche comprensibile che l’allenatore, fra mille difficoltà dovute soprattutto ad una infermeria che si riempie e si svuota a sorpresa, faccia affidamento su giocatori esperti anche se poi gli errori purtroppo li fanno tutti, veterani compresi.

E’ grave, per esempio, prendere un gol come quello preso a Brescia a causa di una incomprensibile distrazione dei difensori centrali.

Non può essere una scusante accettabile sostenere che è stato in fondo l’unico momento di defaillance: quando devi marcare un avversario come Caracciolo, specialmente in area di rigore, non puoi lasciarlo solo neanche quando è a terra a chiedere soccorsi.

Sempre meglio invece Pessina che mostra anche personalità e diligenza oltre alle ormai consolidate qualità tecniche.

Bene anche i difensori esterni, che appunto giocano da difensori e che sono meno chiamati ad effettuare i cross che difficilmente indovinano facendoci appunto disperare come quando, giocando più avanti, ne facevano a ripetizione.

Ne sbagliano così tanti che alla fine rischiano persino a trasformarli in tiri in porta sorprendendo tutti, portiere avversario compreso.

Abbiamo letto che De Col è seguito da squadre della massima serie, non possiamo che essere contenti per il nostro Pippo che ormai è davvero diventato “uno di noi”.

Dando un primo sguardo al mercato di gennaio, siamo ormai a dicembre, non sarà male cercare un playmaker, il vertice basso del rombo di centrocampo, il giocatore che staziona davanti alla difesa.

Ci vuole, appunto, qualcuno che corra di più e stazioni di meno e che non chieda il cambio dopo un’oretta di gioco.

Marcello Delfino

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