“Sigillo di spine” di Maurizio Gregorini: un universo di sensuale poesia

Castelvecchi manda in libreria, nella collana ‘Cahier’, l’opera omnia poetica del romano Maurizio Gregorini, titolata “Sigillo di spine” (430 pag., 50,00 euro). Libro complesso, ma significativo, dove l’irrequietezza irrazionale, la ribellione, le requisitorie, l’amore immaginifico e contraddittorio, l’esaltazione della disperazione e della speranza, nonché un riconoscimento di un proprio peccato e della conseguente redenzione, fanno di questa sua prima summa poetica uno spaccato insolito e spiazzante, dove il lettore può scorgere i riflessi della lascivia sentimentale e della volontà di una purificazione continuamente frustrata dalla concorrente volontà di perdizione.

Nel corso dei tre decenni, molti si sono interessati alla sua opera, da Livia De Stefani, che tornava ad “udire in essa una musica barbarica e al tempo stesso misteriosamente angelica, insomma, qualcosa di molto simile al suono di un Tam-tam mescolato a quello di un flauto”, a Dario Bellezza che affermava come “un poeta omosessuale tra i più importanti del panorama italiano che meriterebbe che il pubblico gay, e non, lo comprasse, è Maurizio Gregorini. Di taglio sentimentale, la sua poesia meriterebbe maggior udienza, perché con la sua scrittura evocativa e leggera, sonda l’eterno terreno dell’amore e lo fa con una grazia ed una lucidità notevoli”, a Riccardo Reim che scrivendo una postfazione per “Attesa di luce” annotava come “‘Luglio sorprende./ Mi trova impreparato’: altrettanto potrebbe dirsi di questi versi, che procedono sinuosi sulla pagina a braccetto, viene da dire, con un nutrito gruppo di (amorose?) amicizie di menti e di intenti -che vanno da Apollinaire a Eliot a Pasolini a Bellezza- vissute in punta di piedi e di penna. Fatti, persone, incidenti, ricordi: tutto viene annotato, ‘narrato’ in stringate parole, bisbigliato in un serrato colloquio senza pudori né misericordie. Un inferno, certo, ma anche questo apparentemente svagato e del tutto indubbiamente ‘romano’, come gli ocra delle tele di Scipione, come le parole che proprio Dario diceva al tavolo di un caffè di Campo de’ Fiori sulla oscenità della gente e delle cose, senza nessuna acredine e senza troppo dolore”, a Luca Canali che lo ha definito -riferendosi alle prime pubblicazioni- il nuovo Catullo.

Si tratta di versi sì aspri, ma nello stesso tempo di un lirismo toccante, in cui anche l’amore diviene ambiguo: è anche amore altro, amore paradigmatico, quello di Dio, descritto con l’angoscia e le dicotomie di chi vive la cosiddetta (da altri) diversità in maniera complessa, ma fiera. E provare questa navigazione emotiva, tutt’altro che monodimesionale, potrebbe immettere nel lettore quei ‘vortici’ passionali e irresistibili, quei luoghi immaginari e fisici dove l’incontrollabile vagare dei sensi ruota su sé stesso, facendo colare a picco l’imbarcazione dell’esistenza. Epigrammatica, solare ed umbratile come le stagioni della natura, la poesia sembra essere per Gregorini l’unico referente di un’altalenante ricerca, fatta di abbandoni, incontri e fulminanti rivelazioni. Soprattutto in “Sigillo di spine” si evince come l’amore, allora, indagato nella sua carica primitiva e carnale, divenga un rituale dionisiaco in cui è impossibile saziare l’infinito desiderio dei sensi. Il sentimento qui, ogni volta, cambia i suoi cromosomi, divenendo inclassificabile ma pur sempre nuovo, sorprendente. Infine, “Sigillo di spine” si mostra al lettore come un’opera in cui a muoversi è un urlo cupo, un sotterraneo spleen in cui la fortunata assenza di versi in rime espone un linguaggio chiari ed evidente, granitico e imperioso. Leggere anche solo una delle sue poesie è come fissare lo sguardo sulle asole di un taglio sanguinante: le parole-strumento di Gregorini appartengono ad un concreto universo intellettivo ed emozionale, con una lingua cosmica che, pur essendo del tutto sua, può vestire la sofferenza di ciascuno di noi.

 

 

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