Bruce Springsteen: un fiume inarrestabile di energia

Io sono il Presidente, ma lui è il Capo”. Con questa frase, Barack Obama presentò “The Boss”, Bruce Springsteen, agli ospiti della Casa Bianca nel 2009, in occasione di un’onorificenza per gli statunitensi che si sono distinti nel mondo. Un cantante e musicista che, come pochi altri, ha sempre speso tutta la propria energia al servizio del proprio pubblico ma anche per sostenere le cause degli ultimi. Un fiume inarrestabile, come il titolo della sua canzone più popolare, “The River”: “Vengo dal fondo della valle, dove, signore, quando sei giovane ti crescono per fare quello che ha fatto tuo padre…”. In questo celeberrimo brano, c’è uno spaccato dell’America rurale, di quell’America lontana dalle luci abbaglianti delle metropoli, quell’America semplice, di provincia, nella quale il progresso non ha spazzato via le tradizioni. Bruce Springsteen arriva dal New Jersey, nasce in una famiglia modesta da un padre spesso disoccupato o che spesso cambiava lavoro e da una madre segretaria, di origini napoletane. Nelle sue umili origini si trovano le motivazioni che lo hanno portato ad appoggiare iniziative di beneficenza, come nel caso dei concerti per l’Africa, contro il nucleare, contro la guerra in Iraq e molte altre ancora.

La sua passione viscerale per la musica iniziò quando a sette anni vide Elvis Presley in televisione, sognava di diventare come lui e fu incoraggiato dalla madre, la quale fece enormi sacrifici per sostenerlo in questo sogno. La solita trafila adolescenziale, fatta di tante band cambiate e di tanta gavetta, porteranno Bruce ai primi due album dove verrà presentato al pubblico come un novello Dylan, un nuovo profeta del folk. Ma la sua indole rock, rock-blues, abbinata ad una espressività poetica, lo renderanno un narratore, ossia un raccontatore di storie, quasi tutte incentrate sulla dura e semplice vita di provincia della quale dicevamo prima. Il successo, finalmente, arrivò con il terzo lavoro, “Born To Run”, “nato per correre”, quasi uno slogan; l’album fu preceduto da un battage pubblicitario che catalizzò l’interesse del pubblico e da allora in poi, per il Boss e la fidata E Street Band, il suo gruppo di musicisti, niente fu più lo stesso. Da nuovo profeta del folk, Springsteen trovò la giusta collocazione di nuova stella del rock, con il pubblico dei concerti che via via aumentava, con le radio che lo “passavano”in continuazione e con le vendite in ascesa. Cosi’ come i suoi concerti hanno una durata superiore a quella di qualunque altro musicista, anche la produzione di brani è sempre stata fertilissima per il Boss. La consacrazione definitiva arriverà con il doppio album “The River”, sospinto, oltre che dal brano omonimo, da un singolo strepitoso quale “Hungry Heart”: “…non fa alcuna differenza quello che nessuno ammette. A nessuno piace rimanere solo, ognuno ha un cuore affamato…”.

Sull’album “Born In The U.S.A.”, il maggior successo commerciale del Boss, c’è da dire che ne venne frainteso il significato; fu definito alla stregua di un nuovo inno nazionale, gli fu dato un significato patriottico, vuoi per la copertina con la bandiera a stelle e strisce, vuoi perché parla dei veterani della guerra del Vietnam. L’allora Presidente Ronald Reagan cercò di coinvolgere Springsteen nella politica Repubblicana e la cosa infastidì molto Bruce che non ha mai voluto prendere posizioni politiche nette, sebbene negli ultimi anni si sia sbilanciato verso i Democratici. L’imponente tour mondiale seguito a questo fortunato album, fece tappa anche a Milano, con uno stadio San Siro straboccante e in delirio; 65.000 spettatori, 28 canzoni, qualcuna in più delle altre date, brani indimenticabili come “Because The Night”, “I’m On Fire”, “Prove It All Night”, “Glory Days”.

Bruce Springsteen ha sempre amato eseguire le cover di artisti che apprezza, uno dei momenti più toccanti dei suoi concerti è sicuramente quando interpreta “Can’t Help Falling In Love” di Presley mentre di solito, chiude i suoi lunghi show con “Twist & Shout” degli Isley Brothers . Decine di milioni di dischi venduti, incassi stratosferici derivati dai tanti lunghissimi tour, premi e riconoscimenti, Golden Globes e Grammy Awards, un asteroide che porta il suo nome.

Bruce Springsteen, The Boss, nomignolo che non è chiaro se derivi dalla sua abilità al gioco del Monopoli o se risalga a quando divideva i guadagni con il gruppo al termine delle prime serate. Bruce non ama esser chiamato in questo modo, ma in fondo, fa parte del suo marchio di fabbrica. Sempre in giro per il mondo, spesso in Europa, se qualcuno non volesse perdersi questo grande artista di quasi 68 anni che ha l’energia di un giovane fiume inarrestabile, ebbene, l’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela scappare, per vivere dei “Glory Days”: “Giorni di gloria, sì, che ritornano. Giorni di gloria che non abbiamo mai avuto…”.

(Fabrizio Bordone)

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