Eugenio Finardi: il viaggio di un extraterrestre

C’era un tipo che viveva in un abbaino, per avere il cielo sempre vicino, voleva passare sulla vita come un aeroplano… Extraterrestre portami via 
voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre vienimi a cercare voglio un pianeta su cui ricominciare”. Sono passati circa quarant’anni da questo successo di Eugenio Finardi e quel giovane rocker ha seguito un percorso musicale articolato e complesso. Di padre bergamasco e madre americana, nasce con la musica nel sangue perché il primo era un tecnico del suono, la seconda una cantante lirica. Già in tenera età incide un 45 giri per bambini e partecipa a due raccolte di brani, ma la sua vita cambia durante una vacanza dalla nonna, negli USA. Siamo nel ’65 e la Tv americana trasmette uno show dei Rolling Stones; il giovane Eugenio resta folgorato e si appassiona al rock e al blues, tanto che quando torna in Italia vuole gli si compri una chitarra elettrica. Ben presto forma un gruppo con Alberto Camerini e Fabio Treves, la Corso Sempione Blues e con questi gira il Nord facendo esperienza. Riferita a quei tempi, è importante la partecipazione al famoso Festival di Re Nudo oltre alle collaborazioni con gli Stormy Six e persino con i Pooh, in veste di tecnico. In quel periodo scriveva canzoni in inglese, ma una prima importante svolta avviene nell’estate del ’74. Finardi si trova vicino a Palermo in una comune per musicisti e in quell’ambito matura la decisione di politicizzare i propri testi, scrivendoli in italiano. Ingaggiato dalla storica etichetta Cramps, pubblica il primo album, “Non Gettate Alcun Oggetto Dai Finestrini”, titolo che vuole parafrasare la famosa targhetta dei treni; questo LP contiene una versione moderna, rabbiosa e rockettara di un celebre canto di protesta delle mondine, “Saluteremo Il Signor Padrone”.

L’anno seguente Finardi apre alcuni concerti del primo tour di Fabrizio De Andrè e questa esperienza servirà a sviluppare la consapevolezza in Eugenio riguardo l’importanza dei testi. Esce quindi l’album “Sugo”, quello che contiene “Musica Ribelle”: “È la musica, è la musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare, di mollare le menate e di metterti a lottare”. Si rivolge agli adolescenti Finardi, proponendosi come loro portavoce ma i tempi non sono forse del tutto maturi e le istanze giovanili, verranno, di lì a qualche anno, recepite, inglobate e fagocitate da Vasco Rossi. Questo brano tuttavia accresce la popolarità di Finardi, popolarità che lieviterà parecchio con una canzone che a lungo sarà una sorta di jingle per le numerose radio private spuntate come funghi, “La Radio”: “Amo la radio perché arriva dalla gente entra nelle case e ci parla direttamente, se una radio è libera ma libera veramente, piace anche di più perché libera la mente”. La fase rock e più istintiva di Eugenio Finardi, si completa con la succitata “Extraterrestre” contenuta nell’album “Blitz”, brano che diventerà la sua canzone simbolo per antonomasia. Prende una posizione netta riguardo la punibilità sull’uso delle droghe leggere con la famosa, reggaeggiante “Legalizzatela”: “Non si può mettere sullo stesso piano chi si buca o si fa uno spino con chi spaccia quintali di eroina per minare una generazione, non meritano la stessa condanna né la stessa assoluzione. Legalizzatela…”.

Ormai affermatosi e conosciuto dal pubblico, Finardi smette la veste di rocker metropolitano per assumere quella di cantautore tout-court, mettendosi in luce con brani anche intimisti come “Patrizia” e “Le Ragazze Di Osaka”, incentrato sulla solitudine: “…mi sento strano e poco importante quasi fossi trasparente e poi resto fermo e non muovo niente…Ma no, non voglio essere solo, non voglio essere solo, non voglio essere solo mai…”. Sebbene partecipi, quasi a sorpresa, al Festival di Sanremo dell’85 per la prima volta, ormai Finardi è proiettato verso la ricerca musicale sia avvalendosi di collaborazioni prestigiose (Battiato, Fossati, un esordiente Ligabue), ma anche prestando la propria creatività ad altri colleghi (Alice, Mannoia, Branduardi).

Quello che tutti ricordano è l’Eugenio Finardi commerciale ed è inevitabile in un music-system impostato, parafrasando i CCCP, nella logica del “produci-consuma-muori”. Nonostante ciò, Finardi è considerato, a buona ragione, un interprete tra i più accreditati nel nostro panorama musicale. Ha dato vita a diversi progetti tematici, uno di questi è “O Fado”, la musica tradizionale portoghese, dove si è avvalso della collaborazione del compianto Francesco Di Giacomo del Banco. Altri lavori a tema sono gli album “Il Silenzio e Lo Spirito”, che parla del difficile rapporto con la spiritualità e “Anima Blues” dove testimonia il proprio amore per questo genere musicale. Ha anche portato la storia della propria carriera in teatro andando in scena con racconti, monologhi e, ovviamente, le sue canzoni. Negli ultimi anni, pochi hanno portato avanti l’abbinamento musica-cultura come lui, possiamo paragonarlo ad un Battiato meno filosofico e magari più sanguigno.

Legatissimo alla figlia Elettra, nata con la Sindrome di Down, ha scritto la prefazione di un libro che contiene le esperienze di altri genitori di bambini con questa caratteristica. La continua ricerca di Eugenio Finardi, l’evoluzione sia umana che professionale, lo hanno portato ad esplorare nuove strade. La vita, nel suo scorrere e divenire, è paragonabile ad un fiume e proprio “Il Fiume” è il titolo di una sua canzone quasi sconosciuta, ma bellissima: “Io volerò sopra l’acqua del fiume, scivolerò sotto l’acqua del fiume, mi bagnerò dentro l’acqua del fiume. Mi laverò la mente, mentre il fiume scende lentamente…”.

(Fabrizio Bordone)

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