Autori italiani da scoprire, quarta parte

Prosegue la nostra rassegna alla scoperta di quel vasto sottobosco di autori ed interpreti italiani che non hanno ottenuto la popolarità o hanno vissuto brevi stagioni di successo, spesso legati ad una hit da classifica. Questa volta ci occupiamo di Sergio Caputo e Faust’O.

Sergio Caputo.
Cantautore e scrittore romano dall’inventiva brillante ed ironica, Sergio Caputo ha vissuto un certo periodo di notorietà negli anni ottanta con alcuni singoli di successo per poi venire riscoperto di recente dalle nuove generazioni. Appassionato di jazz e swing, Caputo si esibisce al celebre Folkstudio e riesce ad incidere il suo primo 45 giri, “Libertà Dove Sei”, ma la strada è ancora impervia. Sarà il primo album dell’83, “Un Sabato Italiano” a dargli improvvisa fama; il brano omonimo, è ormai un classico della nostra musica e divenne popolare grazie al programma musicale di culto “Mister Fantasy” condotto da Carlo Massarini: “E sembra un sabato qualunque, un sabato italiano. Il peggio sembra essere passato. La notte è un dirigibile che ci porta via lontano. Così ci avventuriamo nella Roma felliniana. Equilibristi in bilico sul fine settimana. E sulle immagini di sempre nei discorsi e nei pensieri, dilaga anacronistica la musica di ieri…”. In questo album abbiamo un altro brano importante, “Bimba Se Sapessi”: “Bimba se sapessi che monotonia, tutti quei discorsi sulla fantasia. Guarda che mestiere che mi tocca fare. Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare…”. Questo brano doveva chiamarsi “Citrosodina” ma la casa farmaceutica che la commercializzava si oppose. Nonostante la fama, Caputo si divide tra il suo lavoro di pubblicitario e la sala d’incisione ma, il secondo lavoro, “Italiani Mambo”, gli spalanca le porte in modo definitivo. Questo disco contiene brani molto interessanti come “Amore All’Estero”, “T’ho Incontrata Domani” e la famosa title-track. Lanciatissimo, scrive il testo di un famoso brano di Celentano, “Susanna” e proprio i testi geniali dell’artista romano sono un sicuro marchio di fabbrica. Inizia una fase di concerti accompagnato da un quintetto jazz e, casualmente, Caputo conosce un gigante del bebop come Dizzy Gillespie che collaborerà nel successivo album “”Effetti Personali”. Il passo successivo, sarà il palco di Sanremo dove si esibisce con “Il Garibaldi Innamorato”, partecipazione che farà lievitare il gradimento del pubblico. Caputo decide di cambiare genere e si avvicina ad un pop-rock che sancirà un notevole calo di vendite e consensi, facendogli maturare l’idea di trasferirsi negli Usa. In California, nel 2003, Sergio Caputo troverà un insperato successo con un album jazz, “This Kind Of Thing”, che sfonderà nelle radio e nelle classifiche di genere. Da allora, ogni tanto torna in Italia per esibirsi dal vivo in rassegne jazz di prestigio ed ha scritto un libro. Un artista poliedrico che vale la pena conoscere meglio.

Faust’O.
Friulano di nascita ma milanese di adozione, Fausto Rossi, questo il vero nome, è un personaggio controverso e particolare nel panorama musicale italiano. Considerato alla stregua di un Bowie minore, sperimentatore ai margini della new-wave e della musica decadente mitteleuropea, è sempre andato dritto per la propria strada nel segno della libertà espressiva e di molti eccessi. Cupo e tagliente nei testi che spesso parlano di sofferenza, di disagio, con riferimenti espliciti e crudi all’omosessualità, Faust’O non lascia spazio a concessioni commerciali e sentimentalismi. Già dal primo album del 1978, “Suicidio”, si intuisce dove voglia andare a parare; prodotto dal grande chitarrista Alberto Radius, questo debutto vede subito dei brani significativi, su tutti, la title-track, “Suicidio”:” Lasciami dormire ancora. Sto soltanto riposando. Fuori tutto è freddo e grigio. Oggi potrebbe essere lunghissimo. Lascia che la gente muoia. Non m’importa più di loro. Voglio solo riposare…”. Ma anche le trasgressive “Il Mio Sesso” e “Godi”: “Godi, davanti ai borghesi, corrotti ed obesi, davanti alla fabbrica della pietà. Godi, sul muso dei vecchi, vestiti da specchi e ridigli addosso la tua libertà!”. Il secondo lavoro, “Poco Zucchero”, gli regala scampoli di visibilità grazie alle radio libere che trasmettono un paio di brani, “Vincent Price” e “Oh! Oh! Oh!”. La prima è una godibile canzone che parla del famoso attore horror: “Nel parco a passi lenti non lo vedi ma senti l’assassino dov’è. La madre superiora che ha murato una suora proprio dietro il bidet. Solo un dubbio c’è in te, sapere la suora chi è…”. La seconda, ossessivamente ripete il titolo, ossessione è il termine giusto per i testi e l’incedere musicale di Faust’O. Da menzionare anche “Kleenex”, “Il Lungo Addio” e “Funerale A Praga”, autentiche gemme. Buon successo lo ottenne con la splendida, decadente “Hotel Plaza”, che lo vide addirittura a Sanremo dove non volle cantare in playback e lasciò scorrere il brano mangiucchiando una mela. Contenuta in “J’accuse, Amore Mio” dove c’è anche la nichilista “Non Mi Pettino Mai”, è un brano davvero degno del miglior Bowie del periodo berlinese. Figura altamente trasgressiva, Faust’O non è mai sceso a compromessi a scapito di facili guadagni che grazie alla propria folle genialità avrebbe potuto facilmente ottenere. Un artista che ancora oggi sperimenta spaziando tra post-punk, ambient, elettronica e tarda new-wave e che si può solamente amare o odiare alla follia.

(Fabrizio Bordone)

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