Territorio “bene comune” (di Marcello Delfino)

LA SPEZIA – Gli articoli 41 e 42 della Costituzione riconoscono e garantiscono la libera iniziativa e la proprietà privata e ne determinano i limiti in funzione del ruolo sociale ad esse spettante.

A differenza delle altre Costituzioni europee, la nostra, più avanzata, non assegna alla proprietà privata una valenza di diritto fondamentale che lo Stato si limita a riconoscere, ma ne subordina la legittimità alla sua funzione sociale. E’ lo Stato, dunque, che, come la garantisce, la può anche revocare fino ad espropriarla per motivi di interesse generale.

In questa ottica Fiorentino Sullo, giovane esponente della sinistra democristiana, Ministro dei Lavori pubblici nel IV governo Fanfani nei primissimi anni sessanta, in un clima di significativo slancio riformistico alla viglia dei primi governi di centrosinistra, propose un’ardita riforma urbanistica fondata sulla giusta considerazione del territorio come “bene comune” e quindi oggetto di proprietà collettiva preminente rispetto a quella privata, prevedendo fra l’altro misure a favore dell’utilizzo del suolo da parte delle istituzioni, legittime rappresentanti dei cittadini e quindi titolari della proprietà collettiva, attraverso percorsi di esproprio meno onerosi.

La riforma scontrò naturalmente interessi diffusi e la segreteria della Democrazia Cristiana nel 1963, alla vigilia di una difficile crisi di governo, la bloccò per poi definitivamente insabbiarla.

La successiva giurisprudenza ebbe poi una costante attenzione ai diritti individuali, allineandosi più allo spirito delle Costituzioni europee che a quello della nostra Carta, essendo il nostro codice civile ispirato allo Statuto Albertino sotto il quale, nel 1942, è stato emanato.

In presenza di un uso del territorio in gran parte scriteriato e irrazionale, al cattivo utilizzo di aree che, anche nelle città, finiscono per arrecare degrado al decoro urbano per la mancanza di volontà o per l’impossibilità dei proprietari di renderle funzionali alla socialità, varrebbe forse la pena di riprendere, a distanza di oltre mezzo secolo, quella intuizione, forse allora anacronistica, e rendere il territorio, anche attraverso adeguati interventi legislativi, davvero “bene comune” la cui proprietà deve seguire la ratio della Costituzione repubblicana.

Di particolare interesse è stata, al riguardo, per venire al nostro territorio, l’approvazione della proposta di revisione del PUC che il Consiglio Comunale, dopo un lungo ed approfondito percorso di partecipazione, ha approvato agli sgoccioli della legislatura.

Essa, nella sua condivisibile radicalità, rappresenta una vera svolta nella politica urbanistica della nostra città ed individua, in maniera sorprendentemente inconsueta, anche un’idea di città che sgombra il suo futuro dal cemento ed indirizza il consumo del suolo verso un disegno che esclude ulteriori attacchi alle zone collinari ed incentiva interventi di restauro e riconversione dell’esistente.

Sostengono davvero posizioni miopi e di retroguardia coloro che, anche in questa campagna elettorale, propongono di sconfessare una delle poche cose buone e di sinistra che l’ Amministrazione uscente è stata capace di fare, magari strizzando l’occhio ai soliti interessi di pochi per fini elettorali.

La difesa della Costituzione attraverso la battaglia referendaria e l’approvazione dell’atto fondamentale per lo sviluppo della città sono due eventi che hanno comunque segnato positivamente gli ultimi mesi della nostra comunità.

Da questi credo si possa ripartire per la costruzione di una sinistra unita che sappia superare il poco che divide ed apprezzare il tanto che unisce e si presenti alle prossime incombenti scadenze elettorali con l’ambizione fondata di rappresentare il credibile riferimento per tutti coloro che operano concretamente al superamento delle disuguaglianze, sempre più intollerabili, che affliggono la nostra convivenza.

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