Com’è bello vincere con l’Avellino (di Marcello Delfino).

E’ sempre bello battere l’Avellino.

E’ sempre bello perché succede di rado e come tutte le cose ardue da raggiungere, quando si agguantano, regalano una soddisfazione tutta particolare.

Il successo casalingo di sabato ha confermato, se ce n’era bisogno, il grande appiattimento di valori che caratterizza la cadetteria di quest’anno.

Abbiamo vinto una partita che, per come sono andate le cose, avrebbe potuto benissimo chiudersi con un pareggio o anche con l’eventuale beffa interna.

Così come, d’altro acanto, a Carpi, abbiamo perso un incontro che si è mantenuto fino all’ultimo aperto a qualsiasi risultato.

Tale soffocante equilibrio è confermato da una classifica che nella zona medio alta, a ridosso della soglia “play off”, vede quattro squadre – Novara, Perugia, Cittadella e Spezia – pari a 44 punti con Entella e Carpi dietro ad una sola distanza e sotto al Bari che è avanti di due.

Ad ogni partita verifichiamo una grande incertezza in ordine al risultato finale in quanto non si incontrano compagini palesemente inferiori né, al contrario, formazioni inattaccabili.

Ed allora tutto è davvero possibile. Anche in bene, se si sceglierà la strada della compattezza del gruppo, della lucidità tattica, della consapevolezza delle proprie potenzialità ma anche, soprattutto, dell’umiltà.

L’umiltà, quella qualità che fa affrontare ogni partita con la consapevolezza di dovere dare qualcosa di più del normale per poterla vincere, che fa sembrare un’impresa anche la normale affermazione, che dà un di più in quella voglia di vincere che risulta talora decisiva per l’esito della gara.

Altro tema che la partita con l’Avellino ha sollevato, anzi risollevato, è quello relativo a quei giocatori che con la nostra maglia hanno fatto disperare pubblico e società ed altrove hanno invece sbaragliato compagni ed avversari.

La presenza di Ardemagni tra le fila avellinesi ha rimesso il dito nella piaga.

Una presenza caratterizzata da atteggiamenti fuori luogo ed esultanze sopra le righe, l’estrinsecazione di un modo di rapportarsi assolutamente inopportuno anche se provocato.

Ardemagni fa parte di una lunga serie di calciatori che nel nostro Golfo non hanno trovato il contesto ideale per le loro qualità tecniche e, soprattutto, umane.

Da Torino in poi, abbiamo dovuto assistere al fallimento di investimenti importanti che ha finito per creare quasi un complesso negli sportivi spezzini.

La figura più rappresentativa di questa specie di calciatori è stato senza dubbio Mastronunzio, giunto al Picco nel 2011 con la nomea del bomber spaccatutto e finito per essere regolarmente rinnegato da chi, deluso, non ne poteva più della sua insipienza e della sua insolenza.

Il suo cognome, quasi composto, si è prestato ad aggettivare in tal senso altri che hanno calcato l’erba di via Fieschi con i suoi stessi, se non peggiori, risultati.

Abbiamo avuto così Ardenunzio, visto sabato al Picco, che dopo l’infelice esperienza aquilotta ha poi dato invece soddisfazioni ad altri pubblici, per non parlare di Antenunzio, Antenucci, che ancora quest’anno a Ferrara con la Spal sta gonfiando reti a ripetizione.

Potremmo aggiungere a questa lista anche Moretti, giusto a proposito di Avellino, ma il centrocampista campano questa volta non si è fatto notare, come è accaduto in passato, né per acuti tecnico-balistici né per atteggiamenti particolarmente antipatici.

Le spiegazioni degli spezzini su questi accadimenti sono sempre colorite ma forse basterebbe constatare come l’ambientamento in una realtà sportiva piuttosto che in un’altra anche per il calciatore sia una componente importante. E non sempre il nostro “salmastro” aiuta a trovarsi a proprio agio.

Ma godiamoci chi veste la maglia bianca oggi, mi pare si possa dire che lo facciano tutti con assoluta dignità, e stropicciamoci gli occhi alla vista di quel campione di realizzazione e di generosità che si sta dimostrando El Diablo Granoche.

Buoni segnali, sabato, sono arrivati anche da una difesa che sembra in ripresa e tutto fa ben sperare in ordine ai prossimi difficili appuntamenti per i quali ci auguriamo la necessaria continuità di risultati. Positivi, naturalmente.

(Marcello Delfino)

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