La grande stagione del beat italiano (2° parte)

Nella prima parte abbiamo visto la genesi del fenomeno Beat e di come si formò in Italia, analizzandone i gruppi di punta. La vastità del fenomeno fu tale anche grazie al fiorire di riviste specializzate che diffusero questa moda tra gli adolescenti ma non risparmiò anche il pubblico più adulto. Un altro impulso arrivò anche da cantanti solisti e dalla prima schiera di cantautori che si rifacevano, perlopiù, a Bob Dylan, Donovan e, su un versante ancor più impegnato, a Joan Baez. A questo proposito, importante fu il contributo di Gian Pieretti il quale aveva conosciuto Kerouac di persona, ma la diffusione maggiore del Beat avvenne grazie a canzoni disimpegnate come quelle di Rita Pavone, di Patty Pravo e Caterina Caselli.

La prima, scatenata interprete di brani popolari come “La Partita Di Pallone”, “Il Ballo Del Mattone” e la cover “Datemi Un Martello”, lancia anche un ballo dalla vita effimera come il Plip.
Patty Pravo diventa invece la Regina del Piper, la sua “Ragazzo Triste” spopola nei locali e nei mangiadischi arancioni, mentre Caterina Caselli diventa un fenomeno anche di costume. Casco d’oro, si specializza in effervescenti cover di brani stranieri: “Sono Bugiarda”, “Nessuno Mi Può Giudicare”, “Perdono” solo per citare i successi più famosi. Guardando i filmati in bianco e nero della Tv, questi cantanti si esibiscono nelle trasmissioni circondati dal pubblico che si mette a ballare in un modo, al giorno d’oggi, esilarante. Giovanotti in giacca e cravatta, signorine con acconciature tipiche degli anni sessanta e gli occhi vistosamente truccati; sì perché il fenomeno Beat non coinvolge solo i classici capelloni figli del popolo ma dà la stura ad un movimento di protesta che vede molti rampolli di buona famiglia abbracciare il vento della ribellione che, presto, si trasformerà in un tornado. Anche molti artisti che oggi sono dei mostri sacri della nostra musica hanno iniziato con il Beat, si pensi a Francesco Guccini e Franco Battiato, Lucio Dalla, i Pooh e i Nomadi. Tra i tanti stranieri che fecero fortuna in Italia, resta indimenticabile il francese Antoine, quello di “Pietre” che strabiliò a Sanremo e sempre dalla Francia l’affascinante Francoise Hardy, idolo dei giovani d’oltralpe. Grazie alla fama planetaria dei Beatles, la parte del leone la fanno soprattutto i complessi; in ogni angolo del globo spuntano come funghi ed il nostro Paese ne vede nascere una quantità enorme e spesso di buona qualità.

Dell’Equipe 84 abbiamo già parlato nella prima parte quindi vale la pena di parlare di gruppi come i Dik Dik che otterranno ben presto un successo strepitoso con la versione italiana di “California Dreamin’” dei Mamas & Papas, con “Senza Luce”, cover dei Procol Harum e molti altri successi targati Mogol. Una breve ma intensa stagione di trionfi anche per un altro complesso milanese, I Giganti che spopolarono al Disco per l’estate con “Tema” e l’anno dopo a Sanremo con la celebre “Proposta”, ingenua ma originale canzone sul pacifismo: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni, perché non vogliamo mai nel cielo, molecole malate ma note musicali, che formino gli accordi per una ballata di pace…”.

Altro complesso storico, i Camaleonti, altro gruppo di Milano che avrà una carriera davvero importante e che sfondò nel panorama Beat ben presto fino a diventare celeberrimi con un’altra cover dei Procol Harum, “L’Ora Dell’Amore”, brano da hit parade che vendette moltissimo. Tra gruppi di qualità come quelli citati, ce n’erano altri stravaganti ma che si fanno ricordare, ad esempio I Corvi; la band emiliana si esibiva con dei mantelli neri ed un vero corvo appollaiato sul palco e aldilà del folklore, ebbero grande successo in particolare con “Un Ragazzo Di Strada”, ennesima cover ben riuscita. Impossibile non parlare de I Ribelli, gruppo legato al Clan di Celentano nel quale hanno militato anche Enzo Jannacci ed il grande futuro cantante degli Area, Demetrio Stratos. La loro canzone simbolo è, tanto per cambiare, una cover, “Pugni Chiusi”, versione di “You Keep Me Hanging On” delle Supremes:Pugni chiusi, non ho più speranze, in me c’è la notte più nera…”.

Tra i tanti complessi che devono la loro fortuna alle cover di brani stranieri, gli unici a distinguersi per avere saltato questo passaggio, se vogliamo più facile verso la popolarità, sono state Le Orme e i New Trolls. Queste due band, così come altre tipo I Quelli che diverranno Premiata Forneria Marconi, i Sagittari (in seguito Delirium) e molte altre ancora, evolveranno il loro sound nel filone del rock-progressivo mentre molte altre come i Pooh, i Profeti di Renato Brioschi, i Bisonti ed i succitati Camaleonti vireranno verso il pop-melodico.

Se nel Regno Unito l’epopea Beat si estinguerà già intorno al ’67 quando da noi raggiunse il massimo dello splendore, in Italia riuscì a trascinarsi fino agli albori dei settanta per poi spegnersi definitivamente disperdendosi in mille rivoli. Un patrimonio culturale e musicale inestimabile quello lasciatoci dall’era del Beat, tanto da affascinare anche oggi le schiere più giovani e non un mero ricordo nostalgico di un periodo irripetibile.

(Fabrizio Bordone)

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