Federici, fai qualcosa di sinistra: approva il Puc!, di Marcello Delfino

LA SPEZIA – Da qualche mese a questa parte sono fioccate premurose sollecitazioni, soprattutto dalle varie sensibilità del PD, per convincere le forze della sinistra a stringere un’intesa che possa impedire la vittoria del centrodestra o dei grillini alle prossime elezioni amministrative.

Distinguendomi da tali sterili invocazioni ribadisco la necessità, se si fosse ancora in tempo, di ribaltare il discorso e di verificare che cosa possono fare insieme di significativo le forze progressiste per dare risposte di sinistra alle importanti questioni che il futuro della nostra città ci propone.

Se si mettesse da parte per un attimo, dopo avere scandagliato aule giudiziarie e reparti ospedalieri, la spasmodica ricerca del candidato sindaco della società civile (ma il medico che è consigliere comunale è incivile ?) e, in parallelo immotivate pregiudiziali “ad escludendum” forse si potrebbe ancora provare a costruire qualcosa di utile.

E’ in campo, per esempio l’approvazione della proposta di revisione del Puc, certamente una cosa di sinistra che questa amministrazione può vantare.

Assessori che barcollano e si contorcono per i dubbi, consiglieri che vengono subissati da pressioni di ogni tipo: questa è la fragilità della politica di fronte ad una imprenditoria ottusa ed ostinata che crede, o fa finta di credere, che il rilancio dell’edilizia passi per colate di cemento ed edificazioni che pochi hanno le risorse per comprare, usando ogni mezzo per spuntare le proprie pretese (ma le minacce non sono più reato in questo paese ?).

A queste provocazioni le istituzioni devono dare una risposta ferma approvando rapidamente, certamente prima della fine del mandato consiliare, la proposta di revisione del Puc che è sicuramente più attenta agli interessi generali piuttosto che a quelli di pochi e che, proprio per questo, ha raccolto consenso ed apprezzamento dopo essere stata sottoposta al giudizio della partecipazione in questo caso valorizzata, ascoltata e rispettata.

I cittadini che si sono espressi hanno condiviso questo progetto e non si vede chi possa assumersi la responsabilità di cambiarlo e a quale titolo, almeno per quello che riguarda la filosofia che lo ha ispirato. O, peggio ancora, di lasciarlo nel dimenticatoio.

Rigorosa difesa delle colline che abbracciano la città, peraltro già ferite a sufficienza da interventi talora devastanti, uso ragionevole del suolo anche nelle periferie, impegno massimo per il riutilizzo del patrimonio immobiliare del centro con il recupero del degradato e lo studio di incentivi davvero efficaci per la locazione delle seconde case.

Sono queste le ragionevolissime basi per una proposta che ha finalmente un senso, nel rispetto degli equilibri ambientali e nella riqualificazione della vivibilità della città.

Le esigenze abitative riguardano quasi esclusivamente una quantità, purtroppo sempre maggiore, di cittadini che non dispone neppure delle risorse previste dai contratti di locazione agevolati.

Nei convegni si fa un bel parlare di rilancio dell’edilizia puntando soprattutto sulla ristrutturazione dell’esistente e sull’ammodernamento del contesto urbano attuale: sembrerebbe essere compresa la necessità di riconvertire in questa direzione lo sforzo edificatorio.

Ed allora è forse meglio non chiedersi, poi, perché, nei fatti, si spinge invece per favorire il permanere di una sorta di liberalizzazione del cemento quando, al contrario, i cittadini chiedono di esserne liberati.

In questo contesto anche la necessità di sviluppare l’edilizia popolare rischia di apparire provocatorio perché non sono le abitazioni che mancano, bensì le risorse di cui i cittadini che sarebbero interessati non dispongono certamente in quantità sufficiente ad ammortizzare un qualsiasi investimento nel sociale (sic).

Ed allora il Consiglio Comunale si assuma le proprie responsabilità ed approvi velocemente uno strumento finalmente convincente, sicuramente di sinistra per chi ci crede ancora, che guarda al perseguimento dell’interesse collettivo.

La politica diventa casta quando, per mantenere privilegi, tutela interessi particolari che contraddicono al bene comune.

Da queste cose si riparta ed il confronto potrebbe essere davvero proficuo.