La grande stagione del Beat italiano (prima parte)

In un’epoca dove tutto è tecnologia, dove comunicare ed apparire è ormai alla portata di tutti, dove per farsi conoscere al pubblico si dispone di tante opzioni, parlare dell’era Beat è come tornare a raccontare un mondo irreale e lontanissimo. In senso generale, la cultura Beat nasce negli anni cinquanta negli Stati Uniti come punto di rottura e ribellione verso l’ordine costituito e trova linfa decisiva nelle opere degli scrittori Kerouac e Ginsberg dando vita alla Beat Generation. Ma qui vogliamo analizzare quello che ha rappresentato in campo musicale e come ha coinvolto il nostro Paese.

Il Beat nasce come movimento musicale in Gran Bretagna e si sviluppa come una vera filosofia di vita, diventando un fenomeno di costume tra i più rilevanti tra i primissimi anni sessanta e l’inizio della contestazione giovanile del ’68. Il termine “Beat”, in questo caso, deriva da “battito”, riferendosi al ritmo, ed è un’evoluzione naturale del rock ‘n-roll americano. Il riferimento universale sono i Beatles, sia per la loro repentina virata dalle cover dei cantanti statunitensi a delle composizioni proprie dove la presenza di chitarra elettrica, basso, batteria e voce si armonizzano in un tutt’uno, sia per il look, che dalla brillantina che unge il ciuffo passa ai capelli lunghi. Ecco, l’epoca Beat è quella dei capelloni, inizialmente vestiti con giacca e cravatta, poi diventati hippie con camicie a fiori e pantaloni a zampa d’elefante. Un punto di riferimento per i Beatnik europei è la città tedesca di Amburgo per il semplice motivo che si tratta di un porto commerciale immenso che permette i collegamenti ed i traffici di dischi con mezzo mondo. Per lo stesso motivo, anche le città italiane affacciate sul mare vedono il fiorire dei gruppi Beat ma il fenomeno, una volta avviatosi, diventa un fiume inarrestabile. Caratteristica dei gruppi Beat era quella di proporre brani stranieri in italiano, spesso modificando di parecchio il testo per ovvii motivi di metrica, lasciando quasi inalterate le melodie, punto forte di brani altrimenti poveri dal punto di vista dei contenuti. Così come i Beatles che pur essendo di Liverpool, altro porto cruciale per scambi commercial-musicali, trovarono fortuna ad Amburgo, molti gruppi Beat inglesi si trasferirono in Italia cavalcando la British Invasion intorno al 1964. L’Italia era ancora in pieno boom economico, i figli nati dopo la devastante guerra vivevano un’adolescenza spensierata, prerogativa questa negata ai propri genitori e tuttavia si coglievano i primi segnali del rinnovamento di tradizioni e costumi che sarebbe esploso di lì a poco.

Dell’ondata britannica calata in Italia, il gruppo più importante furono The Rokes, seguiti da Mal e i Primitives, The Renegades e diversi altri.
I Rokes, guidati da Shel Shapiro, meriterebbero un articolo a parte per dire quanto siano stati influenti ed importanti per la musica italiana. Il quartetto inglese è stato considerato il più grande complesso Beat italiano, già, italiano, perché sebbene Shapiro avesse (ed ha tuttora) quell’accento buffo tipico, hanno sempre cantato nella nostra lingua. Brani popolarissimi come la sanremese “Bisogna Saper Perdere” (in coppia con Lucio Dalla), “È La Pioggia Che Va” con testo di Mogol,C’è Una Strana Espressione Nei Tuoi Occhi”, solo per citarne alcuni.

Lanciati da Teddy Reno, furono votati dalle riviste giovanili del periodo come il miglior gruppo Beat, sbaragliando la concorrenza di un altro gruppo fondamentale, i rivali della “Equipe 84”. Quest’ultimi, capitanati da Maurizio Vandelli, hanno anch’essi lasciato un segno indelebile nella nostra musica. Il complesso emiliano ha regalato classici immortali sia proponendo delle cover magistrali come “Io Ho In Mente Te”, “Bang Bang”, “Un Angelo Blu”, “Tutta Mia La Città” e brani nuovi targati Mogol-Battisti come “29 Settembre” e “Nel Cuore Nell’anima”, “Auschwitz” di Guccini e “4 Marzo 1943” con Dalla al Sanremo 1971.

La moda Beat dilagante coincide con un florilegio di locali per giovani che faranno la storia del costume italiano come il Piper di Roma, dove venne lanciata una cantante Beat, Patty Pravo e tantissimi altri. I succitati Primitives accompagnavano Mal, autentico idolo delle ragazze che spopolava anche nei fotoromanzi e nei musicarelli, filmetti d’amore dove il protagonista di turno cantava i propri successi; da ricordare “Pensiero D’Amore”, “Yeeeh”, “Bambolina” (Furia verrà molto dopo). Un fenomeno tutto italiano e che ebbe del clamoroso furono le cosiddette “messe beat”; il vento del rinnovamento toccò parzialmente anche la Chiesa ed i preti più coraggiosi e progressisti iniziarono ad ospitare gruppi musicali durante la celebrazione delle messe. Il primo 45 giri del filone messa beat “Non Uccidere”, fu inciso dal gruppo sardo I Barrittas e questa tendenza, impensabile fino a poco tempo prima, venne esportata anche in altri Paesi rappresentando una svolta epocale. Nella seconda parte, parleremo dei tanti altri artisti e gruppi che hanno fatto la storia del movimento Beat italiano.

(Fabrizio Bordone)

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