Storie di gruppi (9): i Chicago

Compiono cinquant’anni di carriera i Chicago, storica e gloriosa band formatasi nell’omonima città americana. In questo mezzo secolo la formazione classica di sette elementi ha lasciato un grande segno nel ventennio 70/80, conquistando un numero imponente di dischi di platino, di doppio platino e d’oro e le classifiche di mezzo mondo. Chi li avesse solo sentiti di sfuggita potrebbe pensare si tratti della classica band di colore che fa un largo utilizzo di fiati con una ritmica tipica dei musicisti neri. Niente di più sbagliato, i Chicago sono un gruppo bianco di rock con sfumature fusion ed i loro primi lavori sono persino considerati in parte progressive. Agli esordi, siamo nel 1967, si facevano chiamare “The Big Thing”, la grande cosa, vuoi perché erano un sestetto ed anche perché suonavano nei club spaziando tra vari generi e cover senza una precisa identità.

Quando ai sei si aggiunge il più esperto Peter Cetera, un loro amico li finanzia per incidere il primo album e si trasferiscono nella più musicalmente appetibile Los Angeles. Cambiano nome e diventano Chicago Transit Authority ed il disco d’esordio, addirittura un doppio, si chiama proprio così. Contiene non un brano di punta ma tanti pezzi validi come “Does Anybody Really Know What Time It Is?” e la lunga, ben 14 minuti, “Liberation”; i tanti passaggi nelle radio, valgono alla band il primo di una serie di dischi d’oro ed il tour americano contribuisce a questo risultato. Sono costretti a chiamarsi semplicemente Chicago perché l’omonima azienda di trasporti della loro città d’origine glielo impone e da qui in poi i loro album porteranno il loro nome seguito da un numero progressivo.

Il secondo disco, altro doppio, contiene “Make Me Smile” ed è un affascinante mix di progressive e fusion dove appaiono ben tre suites divise in vari movimenti. La propensione dei Chicago per i brani lunghi ed articolati dalle venature prog, fa sì che anche il terzo lavoro, “Chicago III” sia un doppio; premiato dalle vendite, sempre senza un singolo di punta, spalanca le porte al successivo quadruplo live che sbancherà nei negozi di dischi. Pur non essendo famosi come molte altre band del periodo, siamo all’apice della grande stagione dei primi settanta, i Chicago si sono guadagnati una certa considerazione ma il bello deve ancora venire. Esce “Chicago V”, primo album non doppio che scala le classifiche facendo incetta di premi, trascinato dal singolo “Saturday In The Park”, uno dei loro brani più famosi. Dal successivo “Chicago VI”, la band abbandona per sempre i brani elaborati per dedicarsi ad un rock-fusion meno ostico con il risultato di due dischi di platino grazie anche a “Just You ‘n Me” e “Feelin’ Stronger Every Day”. La svolta musicale è premiante per il gruppo americano, infatti, i seguenti “Chicago VII/ VIII e IX” fanno razzia di dischi di platino e veleggiano nelle classifiche un po’ ovunque.

Un album particolarmente importante è “Chicago X”; questo disco contiene la canzone più famosa in assoluto della band, uno dei brani lenti e d’amore tra i più conosciuti, un classico della musica mondiale, “If You Leave Me Now”: “Se mi lasci ora, porti via la più grande parte di me. Oh, baby ti prego non andare. Se mi lasci ora, porti via il mio cuore. Oh, baby ti prego non andare. Oh, voglio solo che tu resti. Un amore come il nostro è un amore difficile da trovare. Come possiamo lasciarlo andare? Siamo arrivati troppo oltre per lasciare tutto alle spalle. Come possiamo lasciare che finisca in questo modo? Un domani ci rattristeremo delle cose che ci siamo detti oggi”. Questo brano, tristissimo, conquista il Grammy e diventerà un marchio indelebile nella carriera dei Chicago; inutile aggiungere che vende moltissimo, così come il seguente “Chicago XI” che contiene in particolare “Baby What A Big Surprise”.

Seguendo un copione visto e rivisto decine di volte, anche questa band non resta immune dalla sindrome da successo; iniziano le divergenze di vedute all’interno del gruppo e a questo si aggiunge l’improvvisa morte del chitarrista e vocalist Terry Kath che perde in modo assurdo la vita sparandosi involontariamente. Siamo solo nel 1978, i Chicago hanno un momento di sbandamento e puntano a sonorità più rock ma i primi album del nuovo corso non scalano le hit parade nonostante “Chicago XIII” sia un signor disco con la splendida “Street Player”, con la ballad “Loser With A Broken Heart” e con “Mama Take”. Entriamo negli anni ’80 ed il declino per i Chicago viene scongiurato da singoli vincenti come lo stratosferico successo di “Hard To Say I’m Sorry”: “L’ho sentita dire “Tutti hanno bisogno di stare un po’ lontani l’uno dall’altro”, “Anche gli innamorati hanno bisogno di una vacanza lontano l’uno dall’altra”. Resta con me ora. È difficile per me dire “mi dispiace”. Voglio solo che tu resti”.

Il prosieguo della lunga carriera dei Chicago sarà costellato di cambi di formazione, tante raccolte di successi e dischi celebrativi, vivendo soprattutto della luce riflessa degli anni d’oro precedenti. Resta un gruppo tra i più onesti musicalmente che non ha mai concesso al gossip o alla cronaca spunti per far parlare di sé, facendo solo parlare il loro sound e le statistiche di vendita.

(Fabrizio Bordone)

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