Il lato peggiore di Cosa Nostra: 21 anni fa l’omicidio di Giuseppe Di Matteo

« Ho ucciso io Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento. »
(Giovanni Brusca)

Tutti i cento e più omicidi compiuti, direttamente o indirettamente, da Giovanni Brusca sono ovviamente condannabili e ingiustificati. Ma quello di Giuseppe Di Matteo mostra più di tutti il lato peggiore della mafia.

Di Matteo, nato il 19 gennaio 1981, aveva come “colpa” quella di essere il figlio di un collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo, mafioso pentito che aveva iniziato a collaborare e che, a parere di Cosa Nostra, parlava troppo. Era il 23 novembre del 1993 quando il ragazzino, che aveva poco più di 12 anni, fu rapito da sedicenti agenti della DIA. Lo ingannarono con la falsa promessa di portarlo dal padre, da cui era lontano perché Santino stava collaborando con la Giustizia. I falsi poliziotti lo legarono e lo gettarono in un furgoncino, quindi lo consegnarono ai suoi carcerieri. Questi ultimi alcuni giorni dopo scrissero alla famiglia, inviando due foto del ragazzino e un messaggio “Tappaci la bocca”. 

La scomparsa del piccolo Giuseppe fu denunciata a metà dicembre dalla madre e il giorno stesso arrivò una nuova lettera, questa volta al nonno: “Il bambino lo abbiamo noi e tuo figlio non deve fare tragedie“. Da quel momento iniziò una lunga e straziante agonia, sia per la famiglia che, soprattutto, per il bambino, spostato in varie prigioni dell’entroterra siciliano e portato, infine, a San Giuseppe Jato, dove venne rinchiuso in un vano sotto il pavimento di un casolare di campagna. Lì rimase 180 giorni.

Il padre non si piegò al ricatto e continuò a collaborare con la Giustizia, ma quando Giovanni Brusca venne condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo, decise di vendicarsi e ordinò l’uccisione di Giuseppe. Il ragazzino venne strangolato e successivamente sciolto nell’acido. Era l’11 gennaio 1996 e Giuseppe Di Matteo aveva quasi 15 anni; gli ultimi 2 li aveva passati chiuso in una prigione. E tutto questo solo perché era figlio di un ex mafioso, di uno che stava collaborando con la Giustizia e che aveva avuto “l’ardire” di far condannare il super-Boss Giovanni Brusca, noto anche come “scannacristiani”. 

Ho pagato con la mia coscienza una scelta sbagliata. E quando ho cercato di porre rimedio, scegliendo la collaborazione con lo Stato ho dovuto subire la più vigliacca delle vendette, perdendo un figlio bambino.
(Santino Di Matteo)

Oggi Santino Di Matteo è un uomo libero. Giovanni Brusca è detenuto nel carcere romano di Rebibbia dal 1996.

Per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo sono stati condannati all’ergastolo anche Leoluca Bagarella (attualmente detenuto al 41bis) e Gaspare Spatuzza (attuale collaboratore di Giustizia).

Questo omicidio fece ovviamente grande scalpore e, a detta di uno dei carcerieri, fece perdere ai boss il favore della gente. Sovvertì la credenza popolare secondo la quale “la mafia non uccide i bambini” e mostrò il lato più efferato di Cosa Nostra. Una storia che ancora oggi, a distanza di 21 anni, dà i brividi.

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