Storie di gruppi (5): America

Ho attraversato il deserto su un cavallo senza nome. Mi sentivo bene lontano dalla pioggia. Nel deserto puoi ricordare il tuo nome perché non c’è nessuno che ti possa causare dolore…”. È questo il ritornello di “A Horse With No Name”, il brano più famoso degli America, band che ha vissuto momenti d’oro negli anni settanta con una puntatina nel decennio successivo. Come per altri gruppi, anche gli America non sono sfuggiti alla regola di dover legare il proprio nome ad una canzone in particolare; quella citata sopra, è tra l’altro un classico della musica in generale, con un testo che parla in modo eloquente dell’umano bisogno di solitudine dopo avere sofferto. A parte il “cavallo senza nome”, gli America, con il loro rock leggero e la west-coast degli inizi, hanno lasciato comunque un segno nel mondo musicale rifuggendo dagli eccessi tipici e ritagliandosi uno spazio considerevole nel cuore del pubblico. Non sono molte le formazioni a tre, quando si sono formati gli America erano abbastanza inusuali perché la maggior parte dei gruppi dell’era moderna è sorta sulla base dei Beatles e quindi come quartetto. A dispetto del nome, i futuri America nascono a Londra all’inizio dei settanta; sono tre studenti della stessa scuola, tutti figli di militari statunitensi di stanza nella capitale britannica e madri inglesi, da qui la scelta di chiamarsi in quel modo.

Dan Peek, Gerry Beckley e Dewey Bunnell militano in band diverse e decidono di unire le forze e mettersi in proprio; gli inizi sono fatti di piccoli concerti nei pub ed in quel periodo, se ne avevi le capacità, trovavi sempre il talent scout che ti introduceva in una casa discografica. Detto, fatto, in breve tempo gli America incidono il loro primo album dal titolo omonimo per il mercato europeo ma con scarsi risultati; il disco non conteneva la succitata “A Horse With No Name” ma, per fortuna, il loro produttore decise di farla incidere su EP e di ristampare l’album con questa aggiunta. Il successo fu clamoroso, “America” ottenne in breve il disco di platino e la band acquisì fama mondiale e grandi guadagni. L’album contiene altri brani storici come “Sandman” e la romantica “I Need You” ed è permeato di atmosfere soft ma anche folk, lasciando intravvedere le potenzialità del gruppo. Gli America tornano nella loro Patria, gli Usa, ed intitolano emblematicamente il secondo album “Homecoming”; qui ci sono altre hit come la splendida “Ventura Highway”, l’immortale “Don’t Cross The River” e la delicata “Only In Your Heart”. Il successivo “Hat Trick” è un insieme di brani soft-rock e segna una battuta a vuoto in attesa del quarto lavoro, “Holiday”, un album maturo dove troviamo altri classici degli America come “Tin Man” e la folkeggiante “Lonely People”. Da rimarcare il fatto che “Holiday” è stato realizzato dall’ex produttore dei Beatles, George Martin, un nome mitico in ambito musicale. Sulle ali del successo, l’attività degli America prosegue fertile con un altro lavoro, “Hearts”, dove spiccano altri classici e gioielli della band del calibro di “Sister Golden Hair” e della romanticissima “Daisy Jane”: “…mi ama veramente?
Penso di sì, come le stelle sopra di me. lo so perché quando il cielo è illuminato, tutto è a posto…”.

A questo punto della carriera è già il momento di pubblicare una raccolta ed infatti esce un disco che contiene il meglio degli America ed è un disco imperdibile di dodici brani indimenticabili, “History: America’s Greatest Hits”. Subentra una fase di calo di creatività e di stanchezza dopo aver cavalcato l’onda della popolarità, infatti, se il seguente “Hideaway” è piuttosto anonimo, il disco successivo “Harbor” è l’ultimo con Dan Peek che lascia gli America nei guai. Beckley e Bunnell hanno il difficile compito di proseguire senza l’indispensabile amico e si rimettono all’opera incidendo un buon disco, “Silent Letter”; il risultato è molto buono, il duo ci regala perle come “All Around” e “All My Life”, ma il bello deve ancora venire. Dopo un memorabile concerto oceanico a Central Park di New York, gli America tornano in studio e di lì a poco, siamo nel 1980, esce “Alibi”, un album dal successo travolgente grazie all’orecchiabile e raffinata “Survival”, successone nelle radio di tutto il mondo ma anche brani come “Catch That Train”, “Might Be Your Love”, “You Could’ve been The One” e la cover di Russ BallardI Don’t Believe In Miracles”.

Tornati in sella alla grande, gli America si godono questa seconda giovinezza ripetendosi con “View From The Ground”, il disco di “You Can Do Magic”, celebre successo dell’epoca ed anche “Jody” e le delicate “Sometimes Lovers” e “Inspector Mills”. Il seguente “Your Move” è il canto del cigno degli America, spiccano le hit “She’s A Runaway” e “The Border”, ma i seguenti lavori, l’ultimo nel 2015, non bisseranno il periodo d’oro dell’ex trio diventato un duo.

Il terzo “America”, Dan Peek, verrà trovato priva di vita nell’estate 2011 a soli sessant’anni. Vogliamo ricordarli come un terzetto che ha regalato pagine delicate e spensierate senza clamori, quasi in punta di piedi, con classe genuina.

(Fabrizio Bordone)

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