I grandi solisti (7): Neil Young

La sofferenza, di sovente, genera personalità di spessore, donne e uomini non banali che a volte riescono a distinguersi nel proprio campo ed hanno una marcia in più. È questo il caso di Neil Young, cantautore canadese tra i più amati da sempre, un precursore di generi musicali, come vedremo. Un’infanzia difficile e tormentata a causa del diabete prima, la poliomielite poi ed il divorzio dei genitori da ragazzino. La malattia gli ha compromesso il lato sinistro; il suo carattere cupo ed introverso si rifletterà nella sua passione principale, la musica, un amore nato durante la scuola ed esploso da adolescente con il complesso dei Buffalo Springfield. La voce di Neil Young è inconfondibile; acuta e tagliente, nasale e quasi sofferente, la sua chitarra viene suonata in modo volutamente aspro e sporco, con cambi improvvisi di velocità. Autodidatta, Neil Young ha un approccio naturale con lo strumento, il suo stile è originale, con i Buffalo è uno degli artefici del breve grande successo di questa band dove è presente anche Stephen Stills.

Vive a Los Angeles inizialmente da clandestino, resterà canadese a vita, allo scioglimento precoce dei Buffalo per problemi con la legge e dissidi interni, sforna il primo album omonimo da solista, ma con pochi riscontri. Recluta alcuni musicisti e forma i Crazy Horse come accompagnamento, esce con il secondo “Everybody Knows This Is Nowhere” che contiene alcune perle come la splendida “Cowgirl In The Sand” e “Cinnamon Girl”. Il suo è un folk-country-rock, a volte molto ritmato fino a sconfinare nell’hard, Young sarà in seguito considerato come un antesignano del grunge, insomma, un precursore. La tappa di avvicinamento al successo avviene con il mitico supergruppo Crosby-Stills-Nash e appunto Young con i quali parteciperà a Woodstock ed insieme incideranno album memorabili come “Dejà Vu” e “Four Way Street”, pietre miliari della musica dell’epoca. Mentre lavora nel supergruppo, pubblica “After The Gold Rush” con brani come “Only Love Can Break Your Heart”, la delicata “Don’t Let It Bring You Down” e “Southern Man”.

Il capolavoro di Neil Young è alle porte e si chiama “Harvest”, l’album più venduto e popolare della sua sfolgorante carriera; qui troviamo pezzi fantastici come “Old Man”, “Heart Of Gold”, “Alabama”, “Harvest” ed il brano sull’eroina “The Needle And The Damage Done”. Tutto il disco è impregnato del migliore Young, dai testi spesso surreali ai passaggi armonici oscillanti tra il gioioso ed il drammatico. Il grande successo raggiunto, presenta il conto a Neil Young nella vita privata; entra in depressione a causa della salute cagionevole, poi per la dipendenza dalle droghe e per le morti per droga di un membro dei Crazy Horse e di uno dei suoi roadies, ma soprattutto per la nascita del primo figlio Zeke, affetto da paralisi cerebrale, stessa sorte toccata al secondogenito Ben.

I successivi album dell’artista canadese sono impregnati di disperazione ed atmosfere cupe, sono anche poco curati e la critica è impietosa nei suoi riguardi; anni dopo, la spontaneità della sofferenza di quei dischi sarà ampiamente rivalutata e verrà definita la “Trilogia Del Dolore”, parliamo di “Time Fades Away”, “On the Beach” e “Tonight’s the Night”. Passato questo drammatico periodo, si intravvede la luce in fondo al tunnel e la produzione di Neil Young torna gradualmente alla normalità. Grande successo lo ottiene il brano “Like A Hurricane” ma anche la splendida ballata “Lotta Love” portata al successo da Nicolette Larson con la quale Young ebbe un’intensa relazione. Gli anni a venire sono quelli dei grandi album come “Rust Never Sleeps” ed il relativo tour presente in “Live Rust”; Young vive una seconda giovinezza ed il pubblico risponde come ai tempi di Harvest, grazie anche a brani storici come “My My, Hey Hey” e “Hey Hey, My My” , pezzi che nel live acquistano grande vigore e dove troviamo anche la bellissima “Sugar Mountain”. Iniziano gli anni ottanta e la musica del momento è il punk e la new-wave; Neil Young odia da sempre le mode e si mette quindi a sperimentare in modo provocatorio, producendo una serie di album che lasciano pubblico e critica sconcertati. In causa con l’ex casa discografica e con personaggi del settore, dedica ironicamente alcuni dischi con questo argomento e si allinea al disagio provato anche da Bob Dylan e Lou Reed per quella che ritengono una deriva musicale. Nell’album “This Note’s For You” del 1978, attacca Michael Jackson accusandolo di vendersi alla pubblicità con questi versi: “Non canto per la Pepsi/ non canto per la Coca Cola/ io non canto per nessuno/ che mi faccia apparire un pagliaccio”.

Negli anni novanta è stato l’artefice del genere grunge influenzando un gruppo come i Nirvana di Kurt Cobain il quale, nella lettera scritta al momento del suicidio, citò una frase di “My My, Hey Hey” («è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente»), fatto questo che turbò molto Neil Young.

Tuttora attivo, nonostante un aneurisma che lo ha colpito nel 2005, nel nuovo millennio non ha mancato di denunciare le nefandezze del mondo con i suoi testi corrosivi. Neil Young, il fragile cantautore canadese, uno dei più influenti ed amati giganti della musica.

(Fabrizio Bordone)

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