Mistero Buffo di Dario Fo, la prima rappresentazione fu alla Spezia. Un ricordo di Alberto Bonfigli

Auguriamo a Dario Fo che sia rimasto sorpreso dal ‘luogo’ in cui si è trasferito per l’eternità. Dopo la scomparsa della moglie e ‘collega’ Franca Rame il 29 maggio 2013, il dolore più grande della sua vita, affermando che spesso percepiva la sua presenza, gli era stato chiesto se si fosse convertito al soprannaturale, e Dario, con la sua solita inedita fantasia rispondeva che lo convinceva maggiormente la logica, ma che, tuttavia, una volta partito per l’ultimo viaggio sperava di ricevere una sorpresa. È spirato il 13 ottobre, con l’arrivo improvviso e imprevisto freddo tipicamente invernale, all’ospedale Sacco di Milano dove era ricoverato da molti giorni per complicazioni respiratorie. Aveva novant’anni.

Nato a Sangiano nel 1926, in provincia di Varese, è dotato di un curriculum autoriale degno di rispetto, che in questa sede non ha motivo di essere ripetuto per l’ennesima volta poiché non si tratta di scrivere una biografia del Grande drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo.

Tuttavia vale la pena di ricordare quella che divenne la sua opera più famosa, la pietra miliare dell’artista, ossia ’Mistero buffo’, rappresentata per la prima volta nel 1969 in un teatro di La Spezia, e che comunque in seguito sarà sottoposta a varie stesure, l’ultima delle quali nell’aprile 2016, un monologo in ‘grammelot’, dove Fo rielabora come non si è mai visto prima, fantasticamente, antiche giullarate, testi popolari e vangeli apocrifi che hanno attirato l’ira del Vaticano. Nel ‘Mistero buffoDario Fo recitava una fantasiosa rielaborazione di testi antichi in grammelot, evidenziando una satira divertente e affilata. Come detto, il grammelot è un linguaggio teatrale che riprende le improvvisazioni giullaresche e la Commedia dell’arte, costituito da suoni che imitano il ritmo e l’intonazione di uno o più linguaggi reali con intenti parodici.

Un grande artista come Dario Fo non poteva non ricevere un riconoscimento per il suo strabiliante lavoro come il Premio Nobel per la letteratura, che infatti avvenne il 9 ottobre 1997 con la seguente motivazione: “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

“Con me hanno voluto premiare la Gente di Teatro” – fu il suo commento.

C’è da dire che il Nobel a Fo ha destato scalpore, sia in Italia sia all’estero. L’Accademia svedese, scegliendo Fo prese in contropiede gli innumerevoli rappresentanti della cultura italiana che, da anni, appoggiavano la candidatura di Mario Luzi, poeta e scrittore italiano che al compimento del suo novantesimo anno d’età fu nominato senatore a vita della Repubblica Italiana.

L’opera di Dario Fo è basata sull’anticonformismo, sull’anticlericalismo e, più in generale, basata su una potente critica che attraverso la satira si rivolge alle istituzioni (politiche, sociali, ecclesiastiche) e alla morale comune. Il suo continuo impegno di opposizione contro ogni forma di potere, oltre a renderlo un personaggio ‘scomodo’, lo fa considerare l’antitesi degli intellettuali organici, i quali intendono conservare l’egemonia culturale esistente o crearne di alternative.

Molto importante, inoltre, la capacità di Dario Fo di costruire e mettere in scena autentici e forti elementi che scatenano risate, basate sul modello delle farse e delle commedie brillanti, con richiami alle gag del circo e del cinema muto. Testi che hanno retto il tempo se si pensa che appartengono al periodo che va dal 1957 al 1961, e che a distanza di anni mantengono una straordinaria visione comica e, inoltre, sono godibili anche alla lettura.

Nella sua immane produzione, i suoi personaggi dell’attualità, della storia o del mito sono mostrati sempre in modo rovesciato, ovvero opposti all’ordinario: ad esempio il gigante Golia è buono, mentre Davide è litigioso, Napoleone e Nelson si atteggiano come bambini che si fanno i dispetti.

A tal proposito Dario Fo dichiara: “La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune… anzi, è più vero… o almeno, più credibile”.

Alberto Bonfigli

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