I grandi solisti (4): Aretha Franklin

La voce femminile più importante nella storia della musica moderna appartiene a lei, la regina del gospel, del soul, del rhythm and blues, Aretha Franklin. Una fama planetaria acquisita soprattutto ad inizio carriera, quando le sue straordinarie capacità vocali erano al massimo, prima di essere minate e ridotte dal vizio del fumo. Resta tuttora una figura leggendaria, è la prima donna a comparire nell’autorevole classifica della rivista Rolling Stone ed occupa il nono posto assoluto tra i migliori artisti di sempre, preceduta solo da colossi quali Beatles, Elvis, gli Stones ed altri cinque. I grandi interpreti di pelle nera provengono quasi esclusivamente da queste tre situazioni di vita: o poverissimi con famiglia disastrata, o figli di pastori delle varie Chiese e confessioni americane, o un mix tra queste due. Aretha Franklin  è figlia di un Pastore Battista, condizione questa che porta inevitabilmente a cantare nei cori religiosi, a crescere con la musica gospel e soul nel sangue. È questo il percorso di Aretha, nata nella città di un altro gigante della musica, Elvis Presley, ovvero Memphis, e trasferitasi a Detroit al seguito del padre nel frattempo separatosi quando lei aveva solo sei anni. La grande passione per il canto e per il pianoforte (Aretha è anche un’ottima pianista) alimentate dalla quotidiana frequentazione dell’enorme comunità religiosa capeggiata dal padre, la mettono presto in luce, sfiorando l’ingaggio alla celebre etichetta Motown, un mito mondiale nel settore. Mal consigliata, la Franklin declina l’offerta per legarsi alla Columbia che le impone un repertorio pop che non le si addice e che non valorizza la sua voce unica. I primi album si rivelano un flop, d’altronde non si può pretendere di conservare del vino pregiato in un cartoccio di tetrapak e la carriera di Aretha non decolla. Nel frattempo si sposa ed il marito diventa il suo manager ma la svolta avviene solo nel 1967 quando passa all’Atlantic Records. Questa casa discografica valorizza appieno l’incredibile duttilità vocale di Aretha imprimendole un’anima soul che, in breve tempo, la consacra a livello internazionale. Il primo vero successo è “I Never Loved A Man (The way i love you)” ma diventa immortale con “Respect”, brano di Otis Redding da lei cantato quasi con rabbia e diventato un autentico inno femminista e per i diritti civili in genere. Il talento finora inespresso della singer di colore prorompe in tutta la sua forza e si comincia a perdere il conto dei dischi d’oro e di platino raggiunti. Ogni sua uscita è un successo che raggiunge la cima delle classifiche; se la vita musicale va a gonfie vele, quella matrimoniale naufraga sotto i comportamenti violenti del marito che la inducono all’alcolismo e la separazione è inevitabile. Del periodo d’oro di Aretha Franklin, ricordiamo delle cover insuperabili come “Eleanor Rigby” dei Beatles, oppure “Bridge Over Troubled Water” di Simon & Garfunkel e molte altre. Oltre a “Respect”, il brano simbolo di Aretha è di sicuro “I Say A Little Prayer” del grande compositore Burt Bacharach. Si tratta di uno dei brani più famosi e tra i più belli della musica moderna, ripreso da tanti artisti, citato in tanti film, uno dei classici che più classico non si può e la sua interpretazione supera di gran lunga quella di chiunque altro. Gli album di maggior livello di quell’epoca sono il “Live At Fillmore West” ed “Amazing Grace”; quest’ultimo, è un doppio ed è il disco di musica gospel più venduto nella storia. Altri classici di Aretha Franklin sono la sua versione di “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman”, brano di Carole King magistralmente interpretato dalla nostra regina del soul, “Think”, “Baby I Love You” e “Chain Of Fools”. Per otto anni consecutivi vince il Grammy per la miglior interprete femminile e polverizza ogni record possibile ma è in arrivo il momentaneo declino.  Con gli anni settanta, infatti, esplode la disco-music ed i grandi produttori musicali si gettano a capofitto su questa autentica gallina dalle uova d’oro. Il risultato è che, nonostante Aretha Franklin collabori con discografici prestigiosi del calibro di Quincy Jones, i suoi dischi vengono penalizzati dalla nuova moda che impazza nelle radio di mezzo mondo. Questo decennio musicale, per molti nefasto e per altri indimenticabile, emargina Aretha che per la meritata e sacrosanta riscossa dovrà attendere il passaggio del treno giusto, nella fattispecie, la sua presenza ad uno dei film più di culto della storia, “The Blues Brothers”. Rivitalizzata da questa importante partecipazione, torna a scalare le classifiche grazie ad un brano dove duetta con George Benson, “Love All The Hurt Away”. Canta “Nessun Dorma” al posto di Pavarotti che aveva dato forfait per un malore ai Grammy del ’98 ottenendo valanghe di consensi. Aretha Franklin è stata d’ispirazione per grandi cantanti, famosissime e non. La sua voce, immortale, è stata oggetto di approfonditi studi e per la prima parte di carriera, carriera ancora oggi attiva, è considerata la miglior voce femminile di sempre. Un mito.

(Fabrizio Bordone)

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