Grandi solisti (1): Cat Stevens

Con questo articolo inauguriamo una lunga serie di cantanti solisti che hanno fatto la storia della musica internazionale. A buon diritto, uno di questi giganti è sicuramente un artista che per buona parte della propria carriera si è fatto conoscere con il nome di Cat Stevens. Questo autore britannico è in realtà di origine greco-cipriota e svedese, per parte dei genitori ed il suo vero nome è Steven Demetre Georgiou. La fama mondiale giunse con il nome d’arte di cui sopra, nome derivato da un commento di un’amica che gli fece notare che i suoi sembravano quelli di un gatto, da cui il nome Cat. Da diversi anni, dopo la conversione all’Islam, ha assunto il nuovo nome di Yusuf Islam. Dopo questa lunga parentesi… anagrafica, di Cat Stevens si ricordano successi discografici che hanno segnato un’epoca, specialmente lungo tutti gli anni settanta. Agli inizi, si appassiona alla musica greca che ascoltava nel quartiere londinese di Soho, caleidoscopio multietnico della capitale britannica, in seguito si spostò in Svezia con la madre e lì la sua visione artistica mutò forma, fino ad avvicinarlo alla pittura. Le prime incisioni musicali lo vedono proporre un pop modesto e infatti passarono inosservate; il lungo ricovero in un sanatorio a causa di una brutta tubercolosi gli diede modo di meditare sul proprio futuro e questo fece la sua fortuna. Decise per un cambio di look, più in sintonia con i primi settanta, quindi barba e capelli lunghi ma il cambio principale fu quello artistico e gli effetti non tardarono a manifestarsi. In tre anni, escono tre suoi album, tutti capolavori, la sua vena pittorica la riversò sulle copertine, molto originali e famose. “Mona Bone Jakon” del 1970 lo rende subito popolare grazie anche ad uno dei suoi brani più belli, la delicata e suggestiva “Lady D’Arbanville”: “Mia lady d’Arbanville, perché dormi così immobile? Ti sveglierò domani e sarai il mio coronamento, sì, tu sarai il mio coronamento…”. Questo splendido brano, parla della morte della propria amata, gli arpeggi di chitarra accentuano la drammaticità del testo; nell’album troviamo altre perle come “Trouble” e “I Wish, I Wish”. Nel seguente “Tea For The Tillerman”, la fama di Cat Stevens si consolida e diventa planetaria per la presenza di due brani tra i più famosi della storia della musica moderna, “Father And Son” e “Wild World”. Il primo è un dialogo tra padre e figlio; questo brano semplice, ma interpretato magistralmente da Stevens, è stato ripreso da vari artisti mentre il secondo, altro suo grande classico, è stato ripreso in chiave reggae e in versioni varie. Questo album ha fornito parecchi brani in veste di colonna sonora narrante al film di culto “Harold & Maude”, storia surreale di un ragazzo stravagante e stralunato che si innamora di un’arzilla e scatenata anziana, un film memorabile. Il trittico d’oro di Cat Stevens si completa con “Teaser And The Firecat”, un album meno folk-british dei precedenti due e più orientato verso sonorità mediterranee. I pezzi da novanta del disco sono la delicata, splendida “Morning Has Broken”: “L’alba è sorta, come la prima alba. L’uccello nero ha cantato, come il primo uccello. Lodate il canto, lodate l’alba, lodate la frescura che sorge dal mondo…” e “Moonshadow”, una specie di filastrocca: “Sono inseguito dall’ombra della luna, ombra della luna, ombra della luna… E se mai perderò le mie braccia, perderò il mio aratro, perderò la mia terra, se mai perderò le mie braccia non dovrò lavorare mai più…”. Tutti i suoi brani di questa prima sfolgorante parte di carriera si caratterizzano per la semplicità delle melodie e per i testi delicati; sembrerebbe un cocktail banale e scontato ma il timbro vocale di Stevens e le sue interpretazioni formano un amalgama vincente. Raggiunta la fama, avviene un cambio di struttura musicale che diventa più elettrica, maggiormente elaborata, come nel seguente “Catch Bull At Four”, album ispirato ad una raccolta di poesie zen che contiene la splendida “Sitting” ed ottiene il disco di platino. I successivi lavori come ad esempio “Buddha And The Chocolate Box” sono più elaborati e lo accompagnano fino a “Back To Earth” del 1978, disco che segna l’inizio del lungo ritiro dalle scene che si interromperà solo nel 2006 con il nuovo nome d’arte Yusuf Islam. All’interno di questa lunghissima pausa, la vita di Cat Stevens si snoda tra la conversione alla religione islamica avvenuta pochi anni prima; suo fratello, di ritorno da un viaggio a Gerusalemme, gli porta una copia del Corano e Stevens ne rimane folgorato. La spinta decisiva alla conversione avviene, come lui stesso racconta, dopo aver rischiato di perdere la vita nelle acque di Malibù in California e lo porterà ad aprire una scuola musulmana vicino Londra. La nuova vita musicale lo vede tuttora attivo anche se la grande fama è legata agli anni d’oro della prima parte di carriera. Promotore di tante iniziative di beneficenza e di collaborazioni musicali prestigiose, la sua fede gli ha procurato alcuni incidenti di percorso sempre dovuti a mal comprensioni ed anche momentanei boicottaggi dall’ambiente musicale. Resta un gigante della musica, come quelli che incontreremo nelle prossime settimane.

(Fabrizio Bordone)

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