Referendum, tutte le difficoltà di Renzi (un intervento di Giorgio Pagano)

Sulla stampa e sul web è tutto un susseguirsi di interventi di esponenti del Pd sul referendum, che testimoniano quanto sia cambiata la strategia comunicativa del Governo. Si è passati dalla richiesta di un plebiscito su Renzi a un ragionamento che vuole essere più “seduttivo”. La nuova linea di condotta afferma di voler discutere il merito della riforma, per poi snocciolare una serie di parole d’ordine che sono però prive di riscontro nel testo approvato.

Si insiste su un “sistema più veloce e più semplice” e sul “Senato dei territori”, ispirato alla Costituzione tedesca. Ma la Germania è uno Stato federale, e il Budensrat è un Senato federale, formato dai capi dei governi delle Regioni. La riforma Renzi-Boschi è, invece, fortemente centralistica e riconsegna allo Stato molte delle funzioni che la Costituzione oggi assegna alle Regioni. Il Senato previsto dalla riforma vorrebbe essere federale proprio mentre si cancella ogni residuo del federalismo, e quindi non ne avrà i compiti e le prerogative; sarà inoltre eletto dai Consigli regionali su liste di partito, e quindi non avrà un carattere di rappresentanza territoriale ma partitico. Un organo senza alcun senso, che sarebbe stato molto più serio abolire. Inoltre con la riforma avremo almeno 8 processi legislativi diversi: un sistema confuso, che renderà molto incerto l’iter delle leggi. Si passerà dal bicameralismo perfetto al bicameralismo imperfetto, con il risultato del caos.

Il copione prevede poi la tesi secondo cui “riforma costituzionale ed elettorale non sono legate”. In realtà i padri costituenti erano ben consapevoli che governabilità e rappresentatività sono il prodotto di un “combinato disposto” di norme costituzionali ed elettorali. La riforma costituzionale va quindi esaminata anche alla luce dell’Italicum: il sommarsi di un abnorme premio di maggioranza alla nomina dei capilista e alle candidature plurime dà al leader del partito vincente un potere enorme, tale da incidere profondamente sull’equilibrio dei poteri e da  modificare la forma di Governo in senso “esecutivista”. Ma tutti i problemi del Paese, l’emergenza terremoto in primis, dimostrano come nessuna leadership può operare per il bene del Paese se le regole non impongono limiti al suo potere e controlli su ogni sua decisione. La grande questione sottesa al referendum è quindi questa: democrazia presidenzialista e plebiscitaria o parlamentare e partecipata? Chi ha il potere lo deve avere da solo, senza perdere tempo a discutere con gli altri, o è proprio il dialogo tra diversi il senso stesso della democrazia, la condizione per fare il bene comune?

Ma le passioni in gioco nel referendum saranno anche altre: fiducia o preoccupazione sulla situazione del Paese e sulla sua economia? Il messaggio di Renzi è oggi lontanissimo dall’elettorato popolare, che chiede attenzione al tema delle diseguaglianze e del welfare più che alle ragioni del mercato. Il renzismo è irritante perché la narrazione sull’Italia che riparte fa a pugni con una realtà in cui moltissimi vivono di voucher o pagano esami sanitari prima gratuiti.

Renzi è dunque in grande difficoltà. La sua campagna anticasta non funziona, dopo tante cose accadute, banche di famiglia in primis. Così la campagna “senza il sì andiamo a gambe all’aria”: con la disoccupazione al 34% l’opinione pubblica la sensazione del diluvio ce l’ha già. Infine: prima del referendum, il 4 ottobre,  la Corte Costituzionale potrebbe bocciare l’Italicum. Un governo che ha imposto con inaudite prove di forza una legge ritenuta incostituzionale ne porterebbe l’enorme responsabilità, con indubbie ricadute sulla sua autorevolezza politica e morale.

Giorgio Pagano

Copresidente del Comitato Provinciale Unitario della Resistenza della Spezia in rappresentanza dell’Anpi

 

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