Un ricordo di Pietro Gnecchi (di Giorgio Pagano)

Se ne è andato Pietro Gnecchi, fino a ieri l’ultimo eroe in vita della battaglia del Lago Santo. Tra il 18 e il 19 marzo 1944 nove partigiani, al comando di Dante Castellucci “Facio”, costrinsero alla fuga più di ottanta nazifascisti, che ebbero 16 morti e molti feriti. A parte “Facio”, calabrese, gli altri provenivano dal parmense, dallo spezzino e dal pontremolese, a significare l’unità della Resistenza sui nostri monti. La battaglia divenne un mito tra le genti: alimentò la speranza e incitò alla lotta. Quando lo seppe, mi raccontò Pietro, un tedesco disse a Corniglio, così gli riferì una donna che era presente, che “se i nostri soldati fossero coraggiosi come quei nove la guerra la vinceremmo noi”. A oltre settant’anni di distanza il suo ricordo di quelle venti ore di “inferno”, così le definiva, era vivissimo. Pietro portava una riconoscenza infinita al suo comandante: “’Facio’ era un uomo coraggioso, così in gamba come lui non ce n’erano altri”. Nel giugno 1944 Pietro tornò a Bedonia, vicino ai suoi cari: combatté nelle brigate “Garibaldi” e “Monte Penna”, fu protagonista della battaglia di Fornovo e della liberazione di Parma.

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Da Bedonia, nel dopoguerra, emigrò per il Belgio, dove visse 46 anni, di cui 29 lavorando in miniera: ebbe tre medaglie al valore del lavoro conferitegli dal governo belga. Era un uomo semplice e buono, profondamente religioso. Così lo ricordano le nipoti Barbara e Silvia: “Era un uomo tutto di un pezzo, che neppure le schegge delle mine sono state in grado di scalfire. Coriaceo come una roccia e amante della vita fino in fondo, è stato per noi un esempio di come con la forza della mente e la volontà tutto si può. Ha saputo guadagnarsi ovunque andasse il rispetto, la fiducia e l’ammirazione delle persone e delle istituzioni. Le medaglie più importanti erano per lui le tre figlie, i tre nipoti e i cinque pronipoti, che ha amato e abbracciato con la dolcezza e il sorriso che lo contraddistinguevano, fino a pochi istanti prima di lasciarci”.

Con lui ho trascorso giornate indimenticabili, a Bedonia, al Lago Santo, l’ultima volta a marzo, a Valmozzola, dove non volle mancare alla presentazione del mio “Eppur bisogna ardir”. Non smise mai di battersi per la verità sulla morte di “Facio”, ucciso dai suoi compagni. Abbiamo il dovere, ora che la legge ha aperto alla possibilità di concedere nuove decorazioni, di esaudire la sua supplica: “Portatemi dal Presidente della Repubblica, a ‘Facio’ bisogna togliere la medaglia d’argento basata sul falso e dare la medaglia d’oro per il suo eroismo”. Aggiungo: a “Facio” ma anche a tutti i combattenti del Lago Santo.

A Pietro, l’ultima volta, ho chiesto: “Di fronte all’Italia com’è oggi, è valsa la pena del sacrificio di tanti giovani ai monti?”. Certo, “ne è valsa la pena”, mi ha risposto. E’ la risposta collettiva di una generazione che ha lottato e che si appresta a lasciare la scena. Sì, ne è valsa la pena, perché è stato il modo in cui il popolo italiano ha conquistato la libertà ed è rinata la nostra Nazione.

Ciao Pietro, e grazie. Ci hai insegnato che cosa dev’essere la politica: un’attività che si ispira a valori collettivi, fatta da persone capaci di dare piuttosto che di chiedere.

Giorgio Pagano

Copresidente del Comitato Unitario della Resistenza della Spezia

 

 

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