… e un giorno arrivarono i Police

Per una band, a prescindere dal genere musicale proposto, essere in tre non è semplice, bisogna giocoforza proporre qualcosa di originale per sopperire all’ensemble acustico imperfetto. Eppure, i Police sono stati un trio formidabile, hanno influenzato molto la scena musicale a cavallo tra i settanta e gli ottanta con innovazioni stilistiche importanti. In un periodo in cui il reggae tradizionale, quello giamaicano, conquistava piano piano il mondo, i Police hanno introdotto il cosiddetto reggae-bianco, una commistione non tanto musicale quanto nei testi. La storia dei Police inizia quando il batterista Stewart Copeland, già attivo sulla scena britannica, incontra un certo Sting, cantante e bassista di un gruppo jazz-fusion di discreto livello. Copeland voleva una band sua, contattò un chitarrista, Henry Padovani ed il primo nucleo venne formato, con conseguente 45 giri d’esordio. Sting e Copeland, collaboravano ad un progetto musicale esterno e qui conobbero Andy Summers, chitarrista che si aggiunse al trio ma per poco. Sting, Copeland e Summers, rimasero in tre dopo l’abbandono di Padovani e nacquero così i Police che tutti hanno conosciuto. I tre giovani non hanno appoggi nell’ambiente, decidono di produrre in proprio quello che dovrebbe essere il loro primo album, “Outlandos D’Amour” che contiene un brano che parla di un ragazzo innamorato di una prostituta, “Roxanne”. Il fratello di Copeland, Miles, all’ascolto di questo brano ne intuisce le potenzialità e si propone come manager, ottenendo un contratto discografico. Tuttavia, gli inizi sono molto difficili per i Police, “Roxanne” viene piuttosto boicottata e non compresa probabilmente per il testo: “Roxanne! Tu non devi avere niente a che fare con quella luce rossa! Tu non devi indossare quel vestito stanotte! Tu non devi avere niente a che fare con quella luce rossa! Tu non devi indossare quel vestito stanotte! Roxanne!”. Con un budget risicato, tra mille sacrifici, i Police girano l’Inghilterra con i loro brani, canzoni che risentono in parte del periodo post-punk della scena britannica, brani diventati dei classici come “So Lonely” e “Can’t Stand Losing You” oltre ovviamente alla succitata “Roxanne” che nel tempo diventerà un classico mondiale ripreso da tanti artisti. Sebbene scoraggiato, il trio prosegue il suo cammino e pubblica il secondo album, “Reggatta De Blanc”. Il titolo è in una lingua inventata, tutti lo interpretano come “reggae dei bianchi” ed è esattamente quello che i Police suonano e cantano. Questa commistione di reggae, di pop, di punk ed elementi fusion, formano una miscela affascinante ed intrigante, il tutto shakerato dalla voce inconfondibile ed incredibilmente alta di Sting. Con “Reggatta De Blanc”, i Police diventano improvvisamente popolari in tutto il mondo, da trio alle prese con una dura gavetta, di colpo diventano acclamati, ricchi e celebrati, la band del momento. L’album viene trascinato da due estratti formidabili ed efficaci come “Message In A Bottle” e “Walking On The Moon”; la prima, è un brano trascinante e piuttosto orecchiabile che spopola nelle classifiche di mezzo mondo: “Feci una passeggiata stamattina. Non credevo ai miei occhi. Cento miliardi di bottiglie portate dalle onde a riva. Sembra ch’io non sia il solo a sentirmi solo. Cento miliardi di naufraghi in cerca d’una patria. Invierò un SOS al mondo, spero che qualcuno riceva il mio messaggio in bottiglia, sì”. Una metafora per parlare della solitudine sentimentale espressa in modo semplice ma efficace. Il secondo brano, un affascinante reggae dall’incedere suggestivo e suadente, recita: “Qualcuno potrebbe dire: desidero avere indietro i miei giorni. Non è possibile, e se è questo il prezzo da pagare, qualcuno dirà: domani è un altro giorno, resta, posso anche pagare. Stai facendo passi da gigante, camminando sulla luna…”. Questo album consacra i Police che decidono di battere il ferro finché è caldo e si mettono a comporre il terzo lavoro, anch’esso dal titolo fantasioso, “Zenyatta Mondatta”. Scritto forse frettolosamente, sebbene di buon livello e ben suonato, contiene alcuni brani che concedono troppo al commerciale rispetto ai precedenti dischi ma le vendite imponenti premiano il terzetto oltre misura. In “Zenyatta”, troviamo “Don’t Stand So Close To Me” ed il tormentone “De Do Do Do, De Da Da Da”, entrambi i brani sono presenza fissa in tutte le radio del mondo per un lungo periodo. La vena creativa è in declino, le tournée occupano troppo tempo per poter stare in studio e, sull’onda della popolarità, per inerzia esce “Ghost In The Machine”, piuttosto cupo, in linea con i primi screzi all’interno della band. Contiene tuttavia brani celebri come “Spirits In The Material World”, “Invisible Sun” e soprattutto “Every Little Thing She Does Is Magic”, singolo dal successo spropositato. Il quinto “Synchronicity”, dai testi complessi, è famoso per “Every Breath You Take”, brano di fama planetaria che regala gli ultimi veri trionfi ai Police. Il carisma di Sting e la sua forte personalità, lo portano a contrasti sempre maggiori fino allo scioglimento, mai ufficiale, del gruppo. Si riuniranno, i Police, per alcuni concerti negli anni duemila, per la gioia di fans vecchi e nuovi che riempiranno gli stadi come ai bei tempi. Un gruppo importante, dalla vita breve ma intensa che ha lasciato un segno indelebile.

(Fabrizio Bordone)

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