Vladimiro Giacché: perché votare NO alla riforma costituzionale

Fezzano – Sabato 9 luglio alle ore 17.00 presso il Centro Sociale di Fezzano l’incontro dal titolo “A difesa della Democrazia conquistata con la Resistenza” con Vladimiro Giacché, economista e Presidente del Centro Europa Ricerche. L’incontro promosso dal Comitato per NO è stato introdotto da Maria Grazia Tabbì dell’Anpi Provinciale La Spezia e da Pino Basso Presidente dell’ANPI di Porto Venere. Vladimiro Giacché ha commentato con grande precisione la riforma costituzionale e l’Italicum. Si tratta di due percorsi che mirano all’unico scopo di instaurare in Italia un regime autoritario. La formazione delle leggi attualmente prevista in modo chiaro e comprensibile dall’art. 70 della Costituzione diventa un inestricabile guazzabuglio di ben 400 parole assolutamente confuse e contraddittorie. Vladimiro Giacché ha sottolineato la torsione liberista e anticostituzionale dei trattati europei comincia con l’Atto unico europeo del 1986 e si afferma con il trattato di Maastricht del 1992 e con la moneta unica, che, a differenza di quanto qualcuno pensa, non è soltanto una moneta, ma il condensato di un ordine giuridico: che prevede, oltre alla stabilità dei prezzi, la banca centrale indipendente, lo smantellamento dell’economia mista (in cui settore pubblico e privato convivono) e una concorrenza all’interno dell’Unione tutta giocata sul dumping salariale (pago meno i salari) e sul dumping fiscale (faccio pagare di meno le tasse alle imprese). Nulla di tutto questo sarebbe stato accettato dai nostri costituenti. E invece il nostro Parlamento ha accettato – alla Camera senza un solo voto contrario – di inserire nella Costituzione quel vero e proprio tarlo del nuovo articolo 81, che costituzionalizzando il pareggio di bilancio impone politiche di austerity anche se esse confliggono con diritti fondamentali: posso chiudere gli ospedali anche se questo va contro il diritto alla salute, posso ridurre stipendi e pensioni anche se questo va contro il diritto a una remunerazione civile, ecc..
Secondo Giacché la crisi europea nasce da squilibri della bilancia commerciale tra i paesi membri. Squilibri che vedevano in particolare un paese (la Germania) in forte attivo grazie a una aggressiva politica mercantilistica (attuata – in conformità con i trattati – abbassando salari e tasse alle imprese), altri in passivo per l’impossibilità di reggere la concorrenza senza più la via d’uscita di riaggiustamenti del cambio e con un debito in aumento a causa dei bassi tassi d’interesse. Come ho spiegato tre anni fa nel mio Titanic Europa, il debito pubblico è in gran parte una derivata di questo squilibrio della bilancia commerciale e poi dello scoppio della crisi. Interpretare la crisi come crisi del debito pubblico ha avuto due vantaggi per chi oggi guida l’Europa: ha impedito di affrontare alla radice il vero problema (il mercantilismo tedesco, che sfruttava la rigidità introdotta dalla moneta unica) e legittimato politiche di austerity che hanno colpevolizzato le vittime (i cittadini degli “Stati spendaccioni”) e tagliato, guarda caso, proprio i salari indiretti (i servizi sociali) e differiti (le pensioni). Sono stato tra quelli che avevano previsto che questo avrebbe inferto un colpo formidabile alla domanda interna e peggiorato la situazione economica del nostro paese, finendo per appesantire anche il debito pubblico a causa del crollo del prodotto interno lordo. Purtroppo le cose sono andate proprio così. L’Italia ha perso circa un quarto della sua produzione industriale dall’inizio della crisi. I tre quarti della produzione industriale perduta sono stati persi nella fase dell’austerity. Nel dibattito sono intervenuti Marcello Delfino, Sandro Bertagna, Viviana Faggioni e Barbara Maiorino.

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