Forcieri “tomba” per sempre il nostro Golfo. In cambio di cosa? (di Gino Ragnetti)

LA SPEZIA – Forse Giovanni Lorenzo Forcieri, presidente dell’Autorità portuale, crede di essere il primo ad avere avuto la brillante idea di interrare il golfo della Spezia. Si rassegni, non è così. Prima di lui ci pensò nel 1640 un nobile della Repubblica di Genova, tale Marco De Franchi, il quale giunse persino a presentare un progetto al Senato della Dominante: era sufficiente deviare il corso del fiume Magra mandandolo a sfociare nel golfo e il gioco era fatto: in breve – era convinto – gli inerti trascinati dall’acqua avrebbero riempito il golfo creando una vastissima prateria.

Tre erano gli obiettivi che il De Franchi si prefiggeva, due nobili, dal punto di vista genovese, e l’altro, considerato da questa parte della barricata, un po’ cialtrone. Primo: procurare un immenso granaio capace di sfamare da lì all’eternità il popolo genovese, perennemente alle prese con micidiali carestie. Secondo: togliere a un eventuale nemico la possibilità di impadronirsi del golfo e da lì portare una letale minaccia alla Repubblica. Terzo: cancellare per sempre dalla faccia della terra un golfo che sarebbe potuto diventare un potenziale temibilissimo concorrente per i traffici mercantili marittimi della Repubblica.

Fu abbastanza facile per il Senato dimostrare che De Franchi dava i numeri, nel senso che sbagliava i calcoli sui tempi di interramento del golfo – sarebbero occorsi secoli, non decenni – per cui il bizzarro progetto fu accantonato.

Sono trascorsi 376 anni, e oggi tocca a Giovanni Lorenzo riprovarci. Certo, per lui è più facile. Intanto non ha sopra di sé un Senato che giudichi e decida: comanda lui, fa quello che gli pare, e l’ignorante plebe impari a starsene zitta e buona. E poi – fattore fondamentale – lui ha i soldi, tanti soldi; soldi suoi (si fa per dire: in realtà sono dell’Ap, cioè nostri) e soldi degli imprenditori del porto che gli consentono di fare la voce grossa accusando i detrattori di non volere lo sviluppo economico della città. Ma come, dice, io vi creo decine, centinaia, migliaia di posti di lavoro – ecco il De Franchi che prometteva pane – e voi mi date contro?

Se devo essere sincero io vorrei vederli tutti questi posti di lavoro. Posti che si possano contare uno per uno, però, e non attribuiti a un indotto abbastanza generico e quindi non quantificabile con esattezza sotto il profilo occupazionale. E poi vorrei vedere anche la summa del rapporto tra i costi (devastazione ambientale) e i benefici (vantaggi economici).

Inoltre, nel conto andrebbero messi – sottraendoli – i posti di lavoro che si sarebbero potuti creare con un turismo al quale invece la prepotente avanzata degli impianti portuali ha probabilmente tarpato per sempre le ali. Chissà, magari la somma algebrica potrebbe riservarci qualche sorpresa.

E questo senza considerare infine un effetto collaterale che purtroppo la città ha accettato e sta accettando quasi senza fiatare: pressoché tutti gli interventi che sono stati, che sono, e che saranno attuati nel golfo hanno una caratteristica: sono irreversibili. Indietro non si torna. I pezzi di mare tombati così sono, e così resteranno, lasciandoci sul groppone – sì da tramandarla ai nostri figli e nipoti – la colpa di avere distrutto quello che era considerato uno dei golfi più belli del mondo.

Sì dirà: ma il lavoro…

A parte il fatto, ripeto, che mi piacerebbe avere dei numeri veri, verificabili, da esaminare, io faccio solo una constatazione. I piani di ampliamento del porto risalgono al 1959, tuttavia solamente negli anni ’70 è cominciata l’espansione delle banchine verso est con la costruzione della calata Artom (rubati al mare 27.000 mq di piazzale).
In quegli anni il Comune capoluogo aveva una popolazione che sfiorava i 140mila abitanti, e già allora i giovani erano costretti a emigrare per trovare un lavoro. Nel corso del tempo il porto si è dilatato con lo sporgente Fornelli (rubati al mare 196mila metri quadrati di piazzale) fino ad arrivare a Terminal Ravano (rubati al mare 40mila metri quadrati di piazzale). Tra non molto si metterà mano ai lavori di ampliamento che prevedono, tra porto, Fincantieri e cantieri navali, riempimenti per altri 340mila metri quadrati di mare.

Nel frattempo l’economia provinciale è ai minimi storici, la popolazione spezzina è scesa a 94mila unità, ha perso cioè qualcosa come gli abitanti di Sarzana, Lerici e Levanto messi insieme, denunciando un tasso di invecchiamento tra i più alti d’Europa, e i nostri giovani devono ancora andare lontano se vogliono lavorare.

Non mi pare insomma che il modello di sviluppo scelto alle soglie degli anni 60, e basato per di più su interventi come dicevo irreversibili, abbia dato grandi risultati. Però noi continuiamo allegramente a fondare il nostro futuro su logiche di mezzo secolo fa togliendo al popolo del golfo, ogni anno che passa, ciò che di più prezioso possiede: il mare.

(su gentile concessione dell’autore)

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