Stefania Martinico recensisce la mostra “L’opera assente”

LA SPEZIA- “Quanto siamo realmente pronti al cambiamento e quanti sono i pregiudizi che abbiamo rispetto al pensiero altrui? Per quale motivo l’arte deve rappresentare qualcosa o qualcuno?
Semplici domande pungenti, quelle che hanno accompagnano la mia visita alla mostra collettiva dal titolo “L’opera assente”, una mostra “difficile” dice Andolcetti, che mette in discussione il pensiero razionale e statico di ognuno di noi … aspettarsi il visibile per poterlo criticare e giudicare senza ascoltare il pensiero logico e allo stesso tempo illogico di uno o più artisti … Una mostra che ti “stravolge” ed incanta e allo stesso tempo ti permette di capire che l’arte Concettuale la poesia Visiva e i postumi del dadaismo sono legati da semplici e sottilissimi fili logici.

tempo, musica e richiami … l’attesa che sconvolge i pensieri. Quei perché che devastano le proprie certezze.. tutto può essere assente e vuoto, se lo siamo noi..

E se invece dietro a quell’assenza esiste il tutto?

Spazio bianco che crea il vuoto, l’assenza totale dell’oscurità, opere che contrapposte creano coesione e immensa logica, e nello scomporre i propri punti di vista ne crea altri, un percorso artistico che si inebria di musica assente, tramandandosi nella storia e nelle diverse arti”

“L’opera assente” è una collettiva d’arte visitabile fino al 4 giugno 2016 presso la galleria d’Arte Il Gabbiano sita alla Spezia in via Nino Ricciardi 15, dove diciotto artisti hanno contribuito alla creazione di questa particolarissima mostra. Dello stesso stile “Assente” anche il catalogo che folgora l’attenzione di chi sbadatamente lo sfoglia per vederne le opere ma ahimè tra le mani si ritrova una sequenza di fogli ispessiti vuoti e bianchi.. con un bellissimo gioco di piegamenti interni, un gioco Rebus oserei dire, un interagire subdolo con la scaltrezza altrui..  un piccolissimo book che spiega e cita attraverso Mara Borzone i diversi motivi da cui è nata questa “mostra-sfida”.

[ Woodstock 1952: il pianista David Tudor esegue per la prima volta 4’33’’ di John Cage; la partitura prevede che il pianoforte venga aperto e richiuso per tre volte, senza suonarlo. Sullo spartito si legge I TACET / II TACET / III TACET: 4’33’’ di silenzio. L’esecuzione suscitò scalpore, critiche, perplessità, e …]

Stefania Martinico

Dott.sa in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo.

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