Dall’agritata alle fattorie didattiche, l’agricoltura sociale è un traguardo possibile. L’impegno di Coldiretti La Spezia: “Al lavoro con la Regione per tessere la tela”

LA SPEZIA- Il 2016 vedrà Coldiretti La Spezia, che di recente ha rinnovato vertici e consiglio provinciali, impegnarsi sul fronte dell’agricoltura sociale, comparto oggetto prima di una legge regionale – era il 2013 – poi, nel 2015, di una legge quadro nazionale. “Con la legge quadro è venuta a stabilirsi, a livello nazionale, una cornice. Poi, la ‘tela’ deve essere costruita regione per regione. E Coldiretti vuole collaborare con la Regione Liguria per crearla, andando quindi a realizzare agevolazioni in termini economici e di formazione, in modo tale che le aziende investano sull’agricoltura sociale“. Parola di Valentina Di Franco, classe 1987, delegata provinciale Donne Impresa Coldiretti, alla quale, contestualmente alla rigenerazione dell’organizzazione, è stata affidata la cura del settore agricoltura sociale. Che altro non è che uno degli aspetti della multifunzionalità del settore agricolo. Le imprese – aziende agricole, agriturismi – possono infatti decidere di non fermarsi alla produzione e all’attività primaria, andando oltre, rendendo l’agricoltura uno strumento per creare altro. “In questi termini – spiega la Di Francol’agricoltura sociale si inserisce nello sviluppo di politiche sociali ed economiche in zone svantaggiate, pensiamo semplicemente a certe aree rurali, a paesini a rischio abbandono“. Scenari nei quali, per esempio, l’agricoltura sociale può fornire servizi alla popolazione anziana, basti pensare alla possibilità di fornire pasti favorendo al contempo l’aggregazione.
I primi passi che Coldiretti vuole fare con la Regione – spiega l’imprenditrice spezzina – sono dedicati appunto agli anziani e all’infanzia. Parliamo, per questo secondo punto, di proposte quali agrinido, agriasilo e soprattutto agritata, soluzione più semplice a livello gestionale e che vede il bambino, debitamente seguito grazie a un’accurata formazione, inserito nel contesto agricolo, stando a contatto con gli animali e raccogliendo frutta e ortaggi, per esempio“.
Agriasilo e agrinido sono invece realtà più complesse, perché necessitano della presenza di una figura professionale, un educatore a tutti gli effetti, un ruolo complesso che non si può chiedere di svolgere ai titolari dell’azienda agricola. L’intenzione di Coldiretti, ad ogni modo, è sedersi al tavolo con la Regione per favorire, attraverso finanziamenti e formazione, anche la diffusione di questi due aspetti dell’agricoltura sociale. Il tutto muovendosi all’interno della cornice tracciata dalla legge quadro che prevede che, pur percorrendo la strada del sociale – una finalità che deve essere ben chiara, in sede di presentazione dei progetti -, l’azienda agricola debba continuare a dedicare la maggior parte delle giornate lavorative alla produzione e all’attività originaria. Il primo step per indirizzarsi verso l’agricoltura sociale è la richiesta di accreditamento da parte delle aziende interessate. In questa particolare graduatoria, ad oggi, in Liguria ci sono sei realtà. Nello spezzino c’è l’esempio della Società Cimabue (Varese Ligure), fattoria didattica e comunità per soggetti psichiatricamente fragili. “E’ significativo il nome scelto da questa realtà – conclude la Di Franco, che in tasca ha una laurea in storia dell’arte -. Cimabue, pittore del ‘200, è l’anello di congiunzione tra le figure ieratiche di tradizione bizantina e le rappresentazioni successive, di più completa umanità. Un’umanità che le persone svantaggiate possono recuperare attraverso l’agricoltura, come dimostra la Società Cimabue“.
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