Stroszek da Bacchus venerdì 22

LA SPEZIA– Venerdì 22 aprile alle ore 22,00 l’Osteria Bacchus è lieta di ospitare il progetto solistico di Claudio Alcara, compositore e chitarrista spezzino con il monicker di Stroszek (dal film-culto di Werner Herzog) continua la sua personalissima esplorazione del dark folk-rock intriso di malinconia e dolcezza. Le fragili tracce di “Sound Graveyard Bound” non mancheranno di catturare il cuore dei fans di Johnny Cash, Mark Lanegan o Tom Waits.

Claudio sussurra, mormora, la voce impigliata nella gola. La chitarra acustica illumina come una gemma al chiaro di luna, percorrendo i cunicoli scavati dal logorio del vivere, puntando dritto verso la fine di tutto o verso l’inizio di niente, perfetta colonna sonora per quando si vorrebbe pigiare l’acceleratore e chiudere gli occhi…

recensione da “Metallized”:
Chi di voi ha visto il film La Ballata di Stroszek di Werner Herzog, targato 1977? Io no, in tutta sincerità. Ma, a quanto pare, è stato l’ultimo film visto dal leader dei Joy Division, Ian Curtis, prima del suo drammatico suicidio, all’età di soli 24 anni. La storia narrata nella pellicola, del resto, termina proprio con il suicidio del protagonista, disilluso e disperato dopo aver visto tutti i propri sogni e speranze infrangersi e finire in cenere. La domanda ora è la seguente: che genere di band vi aspettate possa nascere, unendo il nome Stroszek alla mente di Claudio Alcara, chitarrista dei nostrani blackster Frostmoon Eclipse? Forse una band furiosa e nichilista… Invece la sorpresa è dietro l’angolo: il mood di questo interessante side project non è certamente dei più allegri, vertendo anzi su tematiche e melodie estremamente malinconiche, ma la proposta musicale è tutt’altro che furiosa o riconducibile alla band principale del nostro Claudio. Ci troviamo difatti di fronte ad una particolare amalgama di riff di stampo doom ed atmosfere pienamente folk (in grande maggioranza), sui quali si dipana una linea vocale eterea e quasi sussurrata.
Lo stile degli Stroszek, dunque, è ormai pienamente consolidato nella sua accattivante particolarità e conferma le proprie caratteristiche in questo terzo album, Sound Graveyard Bound; la commistione fra doom e folk di cui vi parlavo poc’anzi è evidente già dalla prima traccia, Can’t Make Things Undone: la batteria di stampo vagamente Porcupine Tree viene sostenuta da una robusta ed intricata linea di basso e dagli arpeggi di chitarra acustica di Claudio Alcara, che si occupa anche delle vocals con il suo stile sfuggente. La fonte primaria di ispirazione potrebbero essere gli Opeth più melanconici e riflessivi, ma ritengo che anche gli italianissimi Novembre potrebbero aver fornito significative idee all’axeman dei Frostmoon Eclipse, fermo restando che in tutto l’album non si ode un solo istante di growl o scream. L’unico rischio che si può correre ascoltando questo lavoro è pertanto di risultare un po’ noioso per ciò che concerne le linee vocali, dal momento che non tutti potrebbero apprezzare 40 minuti di clean vocals sussurrate ed a tratti quasi recitate, intervallate soltanto da una voce femminile in Spirits Dwell. Per il resto, annoiarsi è decisamente difficile in Sound Graveyard Bound; il livello qualitativo complessivo di questo lavoro, difatti, è francamente impressionante: basti ascoltare la seconda traccia, Shipwreck, una delle tracce più “metal” del disco, costellata di riff sempre brillanti e riusciti. Altrettanto irresistibile l’andamento triste di Hope I’ll Never Know, nella quale, oltre ai consueti arpeggi folk, la parte del leone spetta al basso, che inanella una serie di momenti davvero memorabili assieme alla sei-corde. In tutta onestà, non è semplice descrivere le tracce dell’album in modo efficace; il grande Frank Zappa amava dire che parlare di musica è un po’ come ballare di architettura, ma certamente vi sono tracce il cui significato e la cui essenza possono essere descritte o colte in maniera significativa anche soltanto scrivendone. Qui, tuttavia, l’impresa è davvero ardua: come faccio a rendere alla perfezione le sensazioni che si provano ascoltando Self Closure, forte di una chitarra acustica assolutamente meravigliosa? O a descrivervi il pathos che sprizza dalla voce pur monocorde di Claudio nella penultima Crows, prima della conclusione affidata ad una cover di Mike Johnson, già visto con la band di Mark Lanegan? Molto semplicemente, non posso.

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