Medicina Democratica per il SI al referendum contro le trivelle

Proponiamo un documento che contiene una corretta e completa presentazione dell’appuntamento referendario NOTRIV .

Medicina Democratica, sostiene il SI al quesito referendario pur conoscendo i limiti legati allo strumento referendario e allo specifico quesito sottoposto ai cittadini.

I referendum sono sempre e comunque un momento di democrazia che deve essere partecipata (e lo è a partire dalla raccolta delle firme) e in quanto e se riesce a focalizzare l’attenzione sul tema sottoposto che, in questo caso, non è semplicemente la regolamentazione dei permessi di sfruttamento dei giacimenti marini già rilasciati ma la politica energetica italiana.

Su questo ben più ampio e importante obiettivo Medicina Democratica mette a disposizione due strumenti:

  1. 20 anni fa, all’inizio del 1996 la rivista Medicina Democratica n° 101-103 ha ospitato un dossier dedicato alla esplosione del pozzo petrolifero di Trecate (Novara) esaminando nel dettaglio le criticità tecniche e ambientali di tale pratica, inquinante a terra come nel mare.

MD Numero 101_103 articolo 01,

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2. E’ uscito in questi giorni il numero della nostra rivista  (n.222-224) dedicato al “ciclo” del carbone, Un altrettanto importante approfondimento a disposizione dei comitati e per chi vuole informarsi che potete richiedere alla nostra mail.

Di seguito l’intervento sul tema referendario a firma di Marco Pezzoni

Per una corretta informazione

E’ il primo Referendum promosso dalle Regioni italiane nell’intera storia repubblicana. Riguarda il privilegio o la possibilità, dipende dai punti di vista, di sfruttare i giacimenti in mare senza limiti di tempo da parte delle Compagnie del gas e del petrolio.

Se vince il Sì viene cancellato questo privilegio e le Compagnie possono continuare a estrarre gas o petrolio fino al termine di tempo previsto dalla loro concessione.

Se vincono i No o se il quorum non viene raggiunto le Compagnie potranno ottenere di prorogare lo sfruttamento del giacimento oltre il limite di tempo previsto dalla loro concessione e fino al suo esaurimento.

Piccolo approfondimento sul referendum del 17 aprile

In base all’articolo 75 della nostra Costituzione i Referendum sono di tipo abrogativo, cioè cancellano Leggi o parti di Leggi e hanno efficacia solo se al voto partecipa il 50% più uno degli elettori aventi diritto e vincono i Sì, cioè i favorevoli all’abrogazione.

Nel caso del quesito del 17 aprile, il Referendum propone l’abrogazione, cioè la cancellazione, del comma 17 dell’articolo 6 del Codice dell’Ambiente. Tale comma prevede la prosecuzione dell’estrazione degli idrocarburi dai giacimenti già operativi ed entro le 12 miglia dalle nostre coste, fino a esaurimento del giacimento.
Per la precisione il testo del comma 17 recita “ I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”.

Il Referendum intende cancellare le parole “per la durata di vita utile del giacimento”.

Pertanto se vincono i Sì le Compagnie petrolifere e di gas metano non potranno nè chiedere nè ottenere il prolungamento dei tempi di sfruttamento del giacimento una volta scaduta la concessione. Le concessioni in vigore in Italia durano almeno 30 anni. Dunque se vincono i Sì le piattaforme in mare non sono costrette a chiudere subito nè a lasciare a casa i lavoratori; semplicemente portano a compimento il tempo della concessione già ottenuta dallo Stato italiano.

Se vincono i No le Compagnie potranno chiedere un prolungamento della concessione fino ad esaurimento del giacimento. Se non si raggiunge il quorum è come se vincessero i No e il comma 17 rimane in piedi e operativo.

Per ragioni di tecnica legislativa e per essere accettati dalla Corte, i Referendum di tipo abrogativo devono riferirsi a precise Leggi o parti di Legge. In questo caso il quesito accettato si limita a intervenire su concessioni già in essere nei nostri mari entro le 12 miglia dalla costa, mentre sono escluse le concessioni in terraferma e le concessioni in mare oltre le 12 miglia dalla costa ( circa 22,2 chilometri). E’ evidente che una eventuale vittoria dei Sì assumerebbe un valore politico e democratico più ampio e indicherebbe un orientamento di fondo dell’elettorato italiano.

Per questo giornalisticamente è passata la definizione di referendum sulle trivelle, in realtà il quesito referendario in senso stretto riguarda il tempo di vita delle piattaforme in mare, le trivelle essendo servite solo nella fase iniziale di ricerca dei giacimenti e successive perforazioni.
I quesiti inizialmente erano 6. Solo 1 è stato accolto dalla Corte e il Governo ha fissato la data al 17 aprile 2016, con l’evidente intento di non favorire la partecipazione e il raggiungimento del quorum. Sul piano formale però la scelta è rispettosa del Decreto 98 del 2011 che prevede che le elezioni amministrative o politiche non siano abbinate ai referendum. Per decidere questo abbinamento il Parlamento italiano avrebbe dovuto votare una nuova Legge ad hoc.

Il tipo di quesito specifico per le trivellazioni in mare risente anche dei soggetti che, comunque meritoriamente, lo hanno promosso: sono 9 Consigli regionali di Regioni italiane ( per l’articolo 75 ne bastano 5 per avere diritto a promuovere un referendum) che hanno questo specifico problema di fronte alle loro coste e ritengono di correre gravi rischi ambientali. Sono Basilicata come capofila, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto.

Però la salvaguardia dei mari italiani è un bene comune che dovrebbe interessare tutti , anche chi abita in pianura padana!

Il Parlamento italiano e soprattutto il Governo avrebbero avuto tutto il tempo per modificare il comma 17 dell’articolo 6, accogliendo le specifiche proposte delle 9 Regioni, come del resto hanno fatto in altri 2 casi, modificando almeno parzialmente la legislazione così da rendere ancora incerto lo svolgimento di altri 2 referendum sui quali è stato presentato ricorso.
Se il quesito del referendum sopravvissuto ha così poca consistenza, perchè il Governo non ne ha recepito il contenuto e adesso si appresta a cavalcare la tesi dei 300 milioni di euro buttati per il costo di un referendum che giudica inutile?

Delle due l’una: o il Governo vuole dare una lezione alle Regioni che hanno osato differenziarsi, operando per far mancare il quorum al Referendum e così poter gettare su di loro e sugli ambientalisti la colpa dei 300 milioni di euro buttati, oppure gli interessi delle Società di gas metano e petrolio pesano e contano ancora tantissimo.

Tra le Società di trivellazione interessate, perchè hanno concessioni nei nostri mari, figurano ENI, ENI-Edison Gas, Shell Italia, Po Valley OP, Appennine Energy… che hanno ottenuto dal Governo la possibilità di prolungare la loro presenza nei nostri mari con il vecchio ma sempre efficace ricatto dell’occupazione. Altro che “decarbonizzazione” della nostra economia, le fonti fossili continuano a essere protette e privilegiate perchè in mano a poteri forti.

Nei nostri mari la grande maggioranza dei giacimenti è di gas metano, solo una piccola parte riguarda l’estrazione di oil o petrolio . Tralasciando i gravi rischi ambientali, l’estrazione di queste fonti fossili è sempre meno conveniente sia sul terreno economico che su quello occupazionale : basti pensare che il rapporto investimenti –occupazione mettendo a confronto il settore gas e petrolio con il settore delle energie rinnovabili è di 1 a 7: cioè con la stessa quantità di investimento le energie rinnovabili creano 7 volte più occupati.

E non si dica che le energie rinnovabili sono state avvantaggiate rispetto alle fonti fossili, gas e petrolio: nello stesso periodo di tempo i sussidi per le fonti rinnovabili in Italia sono state di 6 miliardi di euro, mentre le fonti fossili ne hanno beneficiato per 14,6 miliardi di euro.

Il fatto è che dal 2008 ad oggi il fotovoltaico nell’economia mondiale globale è diminuito del 70% in forza della sua capacità di innovazione e quindi è sempre più competitivo, malgrado il prezzo delle fonti fossili, in particolare del petrolio, sia stato ribassato su spinta dell’Arabia Saudita del 60%.

Con il Vertice mondiale sul clima di Parigi si sta voltando pagina e iniziando a scrivere una pagina nuova di portata storica: finisce l’era delle fonti fossili, inizia quella della decarbonizzazione dell’economia, che valorizza il solare, le fonti rinnovabili e l’economia circolare.

Per questo Gianni Silvestrini ha definito antistorica la scelta del Governo italiano di insistere con il prolungamento delle concessioni per le piattaforme in mare.

Ma forse chi sta giocando con la democrazia e l’economia italiana ha mire più raffinate: utilizzare il fallimento del referendum del 17 aprile per riaffermare che esiste un unico potere efficace in grado di mettere ordine alle spinte più diverse che agitano il nostro Paese: quello centrale del Governo.

Forse non sono solo le lobby del gas , del petrolio, delle multiutility come A2A ad essere aggrappate al vecchio modello delle fonti fossili, forse chi sta al Governo predilige il modello centralistico di un’energia prodotta, distribuita e controllata da grandi imprese piuttosto che il modello diffuso e partecipato di migliaia di cittadini produttori e insieme consumatori di energia attraverso la rete delle rinnovabili.

Forse c’è chi pensa al referendum del 17 aprile come a una tappa, anzi a un monito per piegare la volontà dei territori e ridurli a quell’uniformità che tanto piace alle “ maggioranze silenziose”, quelle che potrebbero risultare decisive nel referendum più importante, quello di ottobre sulla riforma della Costituzione che, non a caso, ricentralizza molti poteri e riduce quello dei territori.

Marco Pezzoni

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