La donna del mese: l’ibakusha di Nagasaki

Il 6 agosto del 1945 gli Americani sganciarono la bomba atomica “Little boy” sulla città giapponese di Hiroshima e tre giorni dopo ripeterono l’attacco: a essere bombardata, in questo caso, fu Nagasaki e la bomba si chiamava “Fat man”. I morti al momento delle esplosioni furono approssimativamente 140.000 a Hiroshima (dove la bomba venne sganciata a una distanza tale da procurare più devastazione possibile) e 70.000 a Nagasaki.

A questi si devono aggiungere tutte le persone morte nei giorni, nelle settimane, mesi e anni che seguirono gli attacchi, per non parlare dei problemi di salute che hanno afflitto i sopravvissuti, i figli dei sopravvissuti e anche i loro nipoti. Nel corso della mostra senzatomicache sta girando il mondo e ha fatto tappa nella nostra città nei giorni scorsi, è possibile ascoltare le testimonianze di donne che sono sopravvissute e a loro è dedicato questo appuntamento con la donna del mese.

La donna del mese di marzo è l’ibakusha di Nagasaki. 

Ibakusha è un termine giapponese che indica proprio i sopravvissuti alle esplosioni atomiche. Una di queste al momento dello scoppio a Nagasaki era in fabbrica a lavorare, quando vide un lampo di luce e sentì l’esplosione. Fuggita in mezzo ai cadaveri, senza sapere cosa fosse successo, scoprì di essere rimasta vittima dell’atomica solo in seguito. Aveva solo diciotto anni: da quel momento in poi la sua vita è stata una lotta. Prima di tutto contro i problemi fisici: le bruciature dell’esplosione, il dolore e poi le terribili conseguenze, tra cui la leucemia. Leucemia di cui hanno sofferto anche le figlie e i nipoti, perché le conseguenze arrivano fino alla terza generazione. Ma i problemi di cui ha sofferto questa donna, una donna come tante che sognava un lavoro, matrimonio, figli, una vita felice, sono ovviamente anche psicologici: l’incubo di quei momenti l’ha sempre perseguitata, assieme al senso di colpa per aver involontariamente trasmesso i suoi problemi di salute alle figlie. E poi, ancora, la discriminazione per essere una sopravvissuta all’atomica, quasi fosse un delitto e non una disgrazia.

Nonostante tutto, lei e altri ibakusha, uomini e donne, non hanno rinunciato a raccontare la loro esperienze, per raccontare al mondo ciò che spesso i libri di storia tacciono; hanno parlato di quei terribili momenti e di tutto quello che è venuto dopo. E lo stesso fanno i figli e le figlie, gli ibakusha di seconda generazione, che a 71 anni dall’esplosione, pagano ancora il prezzo dell’assurdità della guerra atomica. E, tutti insieme, lottano per un mondo senza armi nucleari. La potenza di una bomba odierna potrebbe distruggere un intero continente, non più una sola città.

Questo ci racconta la storia: sta a noi farne tesoro o fingere che non sia un problema che ci riguardi.

www.senzatomica.it

Io, figlio di un ibakusha: www.peakelink.it 

Advertisements
Annunci
Annunci