In un Monastero in Georgia il segreto del fungo dell’ENEL di Vinicio Ceccarini

Prima che arrivassero le ciminiere dell’ENEL e le grandi gru del porto, i poeti e gli artisti che arrivavano nel Golfo di Spezia rimanevano estasiati. Il mistero di tanta bellezza è conservato in alcune pergamene nel monastero di Samtavro in Georgia, raccolte sotto un unica voce Ligusticum o forse In Liguribus.

Pergamena n. 375 racconta la storia di Fetonte figlio di Zeus e della ninfa Climne. Il ragazzo, viziato e coccolato dal potente padre, ottenne di poter guidare la quadriga del sole. Fetonte, come tanti figli di papà, non era capace di tenere le redini e i cavalli uscirono dalla pista. Fetonte cadde sulla terra e pare che il luogo fosse proprio il Golfo della Spezia. Zeus fu molto addolorato della perdita del figlio e per lasciare un ricordo di Fetonte trasformò quella terra desolata nel golfo più bello del mondo. Una bella storia che fa pensare davvero a quando il golfo della Spezia fu cantato da poeti e scrittori e a Venere che nasce dalla acque di quadri di Botticelli, dove sullo sfondo si vede chiaramente Porto Venere, Le Grazie e Fezzano.

Pergamena n. 377 descrive una località, chiamata Carpena, abitata da un popolo orgoglioso che viveva sulle colline della Spezia, chiamato liguri che nonostante la conquista romana e le successive conversioni al cristianesimo conservò sempre una tradizione autonoma. Il posto esiste sulle colline di Spezia, si chiama come ancora oggi Carpena ed è completamente abbandonato.

Pergamena n. 421 racconta di quando i Genovesi nel 1251, distrussero il castello di Carpena, all’epoca un centro importante e punto di passaggio fondamentale per chi voleva recarsi a Genova. Qui nel 1251 viveva il principe Rinaldo e nel castello aveva organizzato una grande corte con pittori artisti, scrittori, realizzando un centro importante, ammirato, ma soprattutto invidiato dai ruspanti popoli vicini. La pergamena descrive il grande castello di Carpena costruito nel secolo XI con un recinto murario rafforzato da torri circondato da ampio fossato, con un borgo attivo e vivace. L’edificio fu realizzato sulle fondamenta di una precedente tempio pagano, dedicato al dio Tarasis.

Pergamena n. 735 racconta le guerre tra le famiglie feudatarie della zona, i complessi rapporti con Oberto II Pallavicino, vicario di Federico II di Svevia, di guerre con i genovesi.

Pergamena n. 935 documenta l’aggressione dei genovesi al Castello di Carpena del 1251. La vicenda è descritta in modo molto minuzioso e racconta che un certo Giuseppe del Torretto, uomo perfido e avido, si recò in gran segreto a Genova, dove raccontò di grandi malefici che si compivano nel castello di Carpena. Descrisse il principe Rinaldo come un uomo corrotto e dedito alle pratiche di stregoneria, sodomia e riti demoniaci. Astuto e falso Giuseppe del Torretto non rivelò a nessuno i suoi inganni e continuò a frequentare il principe Rinaldo per carpirne i segreti e la fiducia. Diventato il servo fidato del principe, conobbe tutti i segreti della fortezza e ne informò con cura i genovesi, che agognavano di distruggere Carpena, ormai rivale potente e pericolosa. In cambio ottenne denaro per sé e in premio per gli abitanti della Spezia le pietre per costruire la città. Quando le truppe genovesi assaltarono il castello di Carpena sapevano già tutti i segreti e riuscirono ad entrare senza ostacoli attraverso i sotterranei del castello descritti da Giuseppe del Torretto. Le macchine d’assedio, le scale a pioli, gli arieti, le torri d’assedio, le catapulte, il mangano, l’onagro completarono l’assalto dall’esterno. A nulla servirono i trabocchetti, le botole, i getti di pece fusa, l’acqua bollente, il piombo fuso, la sabbia arroventata, i canali pieni d’acqua. Scoppiato un grande incendio e sfondato il grande portone, i genovesi seguiti dagli spezzini entrarono nel casello cominciarono la matanza di tutti gli abitanti. Il principe Rinaldo rimasto solo a combattere fu fatto prigioniero, legato ad un palo fu circondato di fascine. Giuseppe del Torretto pronunciò personalmente la condanna a morte e diede fuoco alle fascine. Quando Rinaldo sentì i fuoco che gli bruciava le carni e vide la testa della moglie Cornelia e del figlioletto Augusto Cesare sulle picche dei soldati spezzini disperato e col cuore gonfio di rabbia maledisse tutti i presenti e invocò Tarasis, l’antico dio pagano dei suoi antenati. Con tutto la voce che aveva nel petto gridò: “Siate maledetti tutti. Sia maledetto questa terra, abitato da gente infame e traditrice. Mai avrete pace. Il sangue innocente che avete versato diventerà il vostro veleno, Costruirete la vostra città Spezia con le pietre di Carpena, ma le pietre si ribelleranno alla vostra malvagità. La vostra città che verrà occupata da gente venuta da tutte le parti. Diventerete minoranze nella vostra terra e vedrete la vostra città distrutta da gente ignorante e prepotente, Il vostro destino sarà di costruire una città che verrà costantemente distrutta. Costruirete teatri che verranno demoliti. Piazze che diventeranno un inferno. Il vostro golfo così bello e dolce cantato sarà da poeti e pittori, ma un giorno sarà pieno di liquami e di immondizie. Un fungo orribile uscirà da un grande camino. L’aria salubre del mare diventare fetida e avvelenata e ucciderà lentamente voi e i vostri figi. Atroci sofferenze vi accompagneranno nella morte. Non avrete acqua da bere e montagne di spazzatura riempiranno le colline sul mare. Per voi e i vostri figli non ci sarà mai più pace. Io vi maledico e vi perseguiterò come un mostro assetato di sangue. Nessuno di voi potrà fermarmi perché io son già morto e i morti non possono morire due volte”

Una leggenda scritta da Vinicio Ceccarini 

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