Sanremo 2016, luci e ombre

Il sipario sul Festival di quest’anno si era aperto sulle note di Starman di David Bowie, giusto tributo al grande artista recentemente scomparso. Quello che cala, è invece un sipario che lascia in eredità un Sanremo che ha visto una modesta qualità delle canzoni in gara e che ha dato l’impressione di essere strabicamente diviso tra la celebrazione del passato e la stretta attualità. Un banchetto pantagruelico, con lo chef Carlo Conti a dirigere le operazioni in cucina, coadiuvato da una chef emergente, la vera vincitrice del Festival, Virginia Raffaele.

Un’abbuffata di ospiti e di celebrazioni, di premi alla carriera, di momenti toccanti e cadute di stile. Tra i primi, la presenza di Ezio Bosso, una delle tante eccellenze italiane che hanno trovato maggior fortuna fuori confine che non in Patria. Direttore delle più prestigiose Orchestre internazionali, ha dato una lezione di grinta ed energia con la sua straripante voglia di vivere, non intaccata da una malattia di quelle che progrediscono in maniera inesorabile.
Tra i secondi, il pasticcio della votazione rifatta che oltretutto ha permesso di vincere alla canzone Amen per le nuove proposte. Ma nel gigantesco barbecue di Sanremo, la carne al fuoco è stata tanta.

Passerà alla storia come il Festival più schierato di sempre, in questo caso, pro unioni civili, sostegno alla causa manifestato da tanti concorrenti con i nastri arcobaleno. Ma anche la presenza del grande Elton John andava in questo senso oltre alle dichiarazioni esplicite di Ramazzotti. Un altro argomento di attualità, le tragedie del mare con i disperati che perdono la vita nella traversata, argomento trattato con inaspettata profondità da un Nino Frassica commovente e dalla ripescata (ironia della sorte…) Irene Fornaciari con il suo brano. Si parlava di premi alla carriera a partire dai 25 anni del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, una delle delusioni del Festival, perché per l’occasione ci si aspettava uno sketch non visto e rivisto. E che dire di Patty Pravo? Ora che ha celebrato i 50 anni di una carriera sfolgorante, forse sarebbe il momento di farle notare che non è più in condizione di cantare dal vivo ed è un peccato visto il brano di classe presentato. Altro momento imbarazzante, il buon Roby Facchinetti, anch’egli in debito d’ossigeno, surclassato al canto da un Dodi Battaglia in gran spolvero per la cosiddetta reunion finale dei Pooh. Cosiddetta, perché con il figliol prodigo Riccardo Fogli, il quintetto andrà avanti imperterrito per almeno tutto quest’anno, anno tra l’altro bisestile…

Nel grande cast di comici che ha visto un Brignano sottotono e il duo Panariello-Pieraccioni sotto di due, ha trionfato la grande sorpresa del Festival, Virginia Raffaele. L’imitazione di Carla Fracci è stato forse il momento più esilarante della kermesse, da sola valeva il biglietto, senza però dimenticare le parodie di Donatella Versace, della Ferilli e di Belen. L’assistente di Conti è stata la vera rivelazione e ne esce a pieni voti. Lo stesso non si può dire degli altri due “aiutanti”; se da una parte Garko e la Ghenea hanno appagato gli occhi maschili, femminili e misti, per il resto, la loro presenza ha avuto la stessa espressività e vivacità del famoso Esercito Cinese di Terracotta.
Dopo aver appreso che Cristina D’Avena si esibisce da anni in pubblico e che Renato Zero se ne sta volentieri in casa, ci si chiede chi abbia vestito in quel modo Arisa e la brava Francesca Michielin in tenuta da Amish la prima sera.

Una considerazione seria sul pubblico dell’Ariston va fatta. Non è più una platea di snob impellicciati che assistono schifati allo spettacolo ma un pubblico partecipe, che si scalda e che non lesina standing-ovations quando necessario. Così è stato per l’algida Nicole Kidman, per il succitato Bosso, per i Pooh, la Pausini, Elton John e Ramazzotti. Lo stesso pubblico è stato trascinato dalla verve del rapper Rocco Hunt che, con Clementino, ha certificato che in Italia il genere rap ha preso la strada di una connotazione melodica ben lontana dai rabbiosi ghetti newyorchesi. Tra le canzoni più interessanti, vale la pena citare quella di Ruggeri, il brano di Noemi soprattutto per il testo, il solista Bernabei che senza i Dear Jack rende al meglio, la delicata Michielin, seconda classificata e i soliti geniali Elio e le Storie Tese. Questi ultimi hanno portato un brano composto da sette ritornelli diversi tutti in sequenza, Vincere l’Odio, titolo che fa il verso a Perdere l’Amore di Ranieri.
La vittoria finale, meritata, è andata agli Stadio con una canzone dal testo profondo, Un Giorno Mi Dirai. Questo longevo gruppo, che tanto ha vissuto di luce riflessa con grandi collaborazioni, Lucio Dalla in primis, vede premiata una carriera onesta e professionale. Il loro brano parla del rapporto padre-figlia e, sollecitato da una giornalista che intravvedeva uno spot pro famiglia tradizionale, Gaetano Curreri, voce e leader, ha risposto: “Una figlia è una figlia, quello che conta è dare amore”.

Ecco, appunto.

(Fabrizio Bordone)

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