Rassegna filmica ‘Leise, leise fromme Weise … I maestri del cinema esplorano il firmamento musicale germanico’

LA SPEZIA – Un piccolo aneddoto: fu all’incirca nel 1939 che il ‘Der Stürmer’, settimanale di propaganda antigiudaica, scrisse a proposito di Johann Strauss figlio «Non vi è altra musica che sia così tedesca e così ‘volkstümlich’ come quella del grande Re del Valzer»; effettivamente dopo aver ammirato più volte, senza mai stancarci, la coreografia siderale dei velivoli di 2001: Odissea nello Spazio (1968) accompagnata, appunto, dal valzer Sul bel Danubio blu sarebbe ben difficile dar torto a quel trafiletto agiografico; e così, sulle note dello stesso brano, veder messa alla berlina la fragilità di certe chimere amorose in Monika e il desiderio (1952) di Ingmar Bergman o in Madame Bovary (1991) di Claude Chabrol. Gli esempi sono innumerevoli, dall’Ouverture dell’operetta Il pipistrello (1874) inclusa nel commento musicale de La regola del gioco (1939) di Jean Renoir fino ai valzer Morgenblätter (1863) e Geschichten aus dem Wienerwald (1868), udibili rispettivamente in The Rainbow (1989) di Ken Russell e L’età dell’innocenza (1993) di Martin Scorsese. Dal canto mio, sollecitando l’attenzione verso compositori e atmosfere radicalmente diverse, preferisco ricordare due celebri melodie: l’aria di Agathe (*), ‘Wie nahte mir der Schlummer’, dall’opera Il franco cacciatore (1843) di Carl Maria von Weber, che ascoltai per la prima volta nel fiammeggiante melodramma White Palace (1990) di Luis Mandoki e il quartetto ‘Mir ist so wunderbar’, dal ‘SingspielFidelio (1805) di Ludwig van Beethoven, udibile nel tragico epilogo del raffinato (e sottovalutato) Onegin (1999) di Martha Fiennes.

Per gioco potremmo ora invitare i Lettori a rivelarci per quale ‘gemma’ della tradizione musicale germanica batte il loro cuore e se, per caso, non fosse stata proprio un’opera cinematografica l’involontaria ‘complice’ della scoperta. Risposta dopo risposta, non finiremo mai di sorprenderci soprattutto quando udremo titoli di pellicole appartenenti ad un genere per così dire ‘estraneo’ eppure tutte capaci di elargire con efficacia lo stesso, inatteso, seducente dono ‘sonoro’!

Lo scopo che l’ACIT (Deutsch – Italienische Kulturgesellschaft), in collaborazione con il Conservatorio ‘G. Puccini’ e la delegazione spezzina dell’Alliance Française, si prefigge quest’anno con i sei appuntamenti della rassegna ‘Leise, leise fromme Weise …’ sarà, appunto, di esplorare quarant’anni di cinematografia europea, fissando idee e suggestioni così da evidenziare i diversi tratti che la cultura popolare o l’assetto ideologico-istituzionale attribuirono, di decennio in decennio, ai geni musicali compatrioti e come tali tratti siano stati, a loro volta, assimilati dal pubblico internazionale mediante le letture soggettive dei grandi registi, passando per uno stile romanzesco, di presa immediata, per giungere infine al rigore filologico con cui si inanellano tutt’ora notizie biografiche, aneddotica e procedure compositive. Il dott. Giordano Giannini curerà poi l’introduzione alla visione delle pellicole e il commento finale.

La proiezione (venerdì 12 febbraio, ore 17:00, presso Cinema ‘Il Nuovo’) del celeberrimo Il flauto magico (1974) potrebbe avviare la suddetta ricognizione; cantato in svedese e inscenato negli spazi interni del castello settecentesco di Drottighol (Stoccolma), il lungometraggio televisivo di Ingmar Bergman traspone con sostanziale fedeltà l’opera (1791) di W. A. Mozart (dal libretto di Emanuel Schikaneder), riuscendo, al contempo a riproporre alcuni temi cari al regista svedese: «dall’amore quale riscatto dal peccato ed essenza della divinità al miracolo dell’Arte, somma consolatrice; dall’innocenza degli umili e puri allo stupore infantile per le magie dello spettacolo» (G. Beltrame, F. Pavesi).

Far rivivere i tormenti e le traversie di Ludwig van Beethoven sul grande schermo senza cadere negli stereotipi è impresa difficilissima e molti grandi cineasti ne hanno pagato duramente lo scotto, seppur con collaudato mestiere, da Hans Otto (Das Leben des Beethoven) a Horst Seemann (Beethoven – Tage aus einem Leben), Paul Morrissey (Le neveu de Beethoven) fino a Bernard Rose (Amata immortale) e Agnieszka Holland (Copying Beethoven) con le loro recenti, discusse versioni. Eroica (1949) di Walter Kolm-Veltée, seconda tappa del nostro cammino (sabato 20 febbraio, ore 17:00, presso Conservatorio ‘G. Puccini’) resterebbe tutt’ora l’interpretazione più equilibrata e, comunque, la più convincente sotto il profilo didattico. Frutto di un lungo e attento studio, il film si guadagnò all’epoca un solido consenso in patria e la sua visione all’interno dei percorsi di educazione musicale dell’istruzione secondaria (inclusi molte scuole italiane) rimase quasi d’obbligo fino alla seconda metà degli anni Novanta; oggi il copione mostra tutti i suoi anni, nonostante ciò l’esito complessivo è ancora degno di nota e meritevole di essere portato all’attenzione del pubblico.

Il ponderoso Cronaca di Anna Magdalena Bach (1968), tratto in parte dal Nécrologue (1750) che Philip-Emmanuel Bach stilò nell’anno della morte del padre, conferma una volta di più la predilezione di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet per un linguaggio filmico austero e intransigente, volto a mantenere un personale dialogo ‘stilistico’ con Robert Bresson e le pellicole didattiche di Roberto Rossellini. Tutto nel film è, infatti, dominato dall’astrazione; risulta cioè ‘costruito’ non meno delle composizioni di Bach (25 brani per l’esattezza) che ha come oggetto. «L’attenzione è continuamente sollecitata a far la spola tra musica e testo, tra musica e immagine, tra testo e immagine» (G. Beltrame, F. Pavesi). Un’opera non facile, in definitiva, eppure piena di vibrazioni ed emozioni per lo spettatore attento, il quale (sabato 27 febbraio, ore 17:00, presso Sede ACIT in Via Manin 27) potrà scoprire come musica e arte filmica, ascolto e visione, si esplorino e si prolunghino reciprocamente.

All’opposto, il calligrafico Un grande amore di Beethoven (1936), seconda pellicola che il maestro Abel Gance (Napoléon, Le capitaine Fracasse) dedicò al compositore di Bonn dopo La dixième symphonie (1918), riassume ed emblematizza quella tendenza dominante in alcuni cineasti (specie hollywoodiani) a mescolare con audacia cronaca e romanzesco, eleganza e patetismo. Come scrive, infatti, il critico Gabriele Niola i ritratti forniti da Gance sono sempre incredibilmente agiografici, iperbolicamente irreali eppure sempre credibili poiché il cineasta francese sa infondere subito nello spettatore «la volontà di credere nel mito, di vedere quella figura trasfigurata in esempio per l’umanità» e in questa occasione, coadiuvato dall’Orchestra della Société des Concerts du Conservatoire de Paris (sotto la direzione di Louis Masson), riesce soprattutto a mantenere un dialogo costante, serrato, fra le immagini (ora angosciose ora raggianti) e la musica di Beethoven (Harry Baur), senza ridurre quest’ultima a semplice ‘sottofondo sentimentale’, come accade ad esempio nell’incalzante sequenza della composizione della Sesta Sinfonia (‘Pastorale’) dove possiamo vedere un violinista di strada mentre saltella festoso, le scintille che sprizzano dall’incudine di un fabbro, le lavandaie che chiacchierano sulla riva del fiume, gli uccelli che cantano sui rami degli alberi, il tutto abbracciato da una sottile brezza e, in senso figurato, dai fraseggi orchestrali …La proiezione si terrà venerdì 4 marzo, ore 17:00, presso Cinema ‘Il Nuovo’.

Per il quinto appuntamento (sabato 12 marzo, ore 17:00, presso Sede ACIT in Via Manin 27), sarà offerta una vera e propria chicca ovvero Senza gloria (1941), unica regia del grande scenografo Traugott Müller (Il romanzo di una donna [1939]). La pellicola, basata liberamente su un romanzo (1858) di Albert Emil Brachvogel, narra la vita di Wilhelm Friedemann Bach (Gustaf Gründgens), figlio primogenito di Johann Sebastian. Musicista dotato, sedotto dalla musica profana e perseguitato dal ricordo del ben più celebre padre, Wilhem patisce i ‘morsi’ della miseria, brucianti delusioni d’amore e, non per ultima, l’umiliazione di mettere il proprio talento a servizio di una compagnia di guitti. Non gli mancherà, tuttavia, un ultimo sprazzo di tenerezza nel sussurrare al fratello ‘Suonami qualcosa di papà’. Sensazionale dal punto di vista della ricostruzione storica, Senza gloria è stato inoltre oggetto di un’acuta dissertazione da parte della studiosa Linda Schulte-Sasse (**) nel suo esauriente saggio Entertaining the Third Reich. Da consultare per un approfondimento.

In conclusione, l’ACIT sarà orgogliosa di riproporre (venerdì 18 marzo, ore 17:00, presso Sede ACIT in Via Manin 27) un rarissimo documento audiovisivo, Unsterblicher Mozart di Alfred Stöger e Oscar Fritz Schuh. Si tratta di un assemblaggio, antologico e celebrativo, di alcuni brani di virtuosismo lirico estratti da tre allestimenti del Teatro dell’Opera di Vienna, risalenti alla prima metà degli anni Cinquanta: Il ratto dal serraglio (1782), Le nozze di Figaro (1786) e Don Giovanni (1787). Avvalendosi delle maestranze tecniche originali, il lungometraggio in esame ci fornisce una vivida testimonianza di ciò che fu il Mozart Ensemble di Vienna, elogiato in tutto il mondo per la particolarità della sua cultura vocale e performativa. Ricordiamo in questa sede che venne fondato dal direttore d’orchestra austriaco Josef Krips (1902-1974), perseguitato sotto il regime nazista a causa delle sue origini ebraiche e sopravvissuto grazie al provvidenziale aiuto dei colleghi. Nel immediato dopoguerra, le sue idee gettarono le basi per un nuovo stile «che si distaccasse dall’Ideale Romantico di Mozart e dalla sua dirompenza nelle sonorità orchestrali in favore delle qualità della musica da camera» (Günter Krenn). Per l’occasione molte voci dell’ensemble quali Hilde Güden o Hildegard Zadek, sotto la direzione del maestro Rudolf Moralt (1902-1958), potranno essere riscoperte dagli spettatori appassionati e riascoltate in tutto il loro splendore.

Ancora una volta ci auguriamo di cuore che il percorso tematico suggerito possa suscitare interesse e rispettare, al tempo stesso, le opportune esigenze ricreative. Buona visione!

(Giordano Giannini)

(*) Specialmente quando a cantarla è il soprano Elfriede Trötschel: la sua interpretazione, dopo quella di Elisabeth Grümmer, resta probabilmente «la traduzione musicale più compiuta che sia mai stata realizzata dello spirito animatore degli Inni della notte di Novalis, come dire cioè l’anima stessa del romanticismo tedesco» (Elvio Giudici).

 (**) Cfr. L. Schulte-Sasse Entertaining the Third Reich (Durham, US-NC: Duke University Press, 1996; Parte II, Cap. VII).

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